Il ragazzo del risciò

Sebbene abbia poco meno di vent’anni, Xiangzi ha già l’aspetto di un adulto, alto e grosso. Nato e cresciuto in campagna, in un villaggio a Nord della Cina, si trasferisce a Pechino a diciott’anni, dopo la morte dei genitori, e qui svolge tanti diversi mestieri pur di sbarcare il lunario. Ben presto però si rende conto che il modo più facile per mettere da parte del denaro è tirare un risciò. Così decide di entrare a far parte delle “truppe sulle ruote di gomma”. Per qualche anno lavora prendendolo a nolo, ma con il sudore della fronte e molti sacrifici riesce a racimolare cento yuan per comprarne uno nuovo tutto suo, l’unico modo per raggiungere finalmente quell’indipendenza economica tanto agognata, quanto effimera. Quel giorno, superata la porta Xizhi e arrivato al ponte Gaoliang, viene bloccato da un manipolo di soldati che gli requisiscono tutto. Fuggito dalla prigionia a cui era stato ridotto dai militari, torna in città e si sistema nel dormitorio annesso alla rimessa dell’Umana Armonia, di mastro Liu il Quarto e sua figlia Huniu, la signorina-tigre, tutt’altro che graziosa (zia Gao dice che somiglia a una grande pagoda nera). Xiangzi ha perso tutto e deve ricominciare da capo. Riprende a tirare il risciò, prima noleggiandone uno dalla rimessa e poi con ingaggi a mesata. Lavora nella residenza degli Yang e poi presso il signor Cao, docente universitario, socialista e membro di un partito d’opposizione, ricercato dalla polizia segreta a seguito della delazione di Ruan Ming, un suo studente, al quartier generale del Partito nazionalista. Dal giorno in cui Huniu gli comunica di essere incinta, dopo una notte di passione trascorsa insieme, il corso della sua esistenza inizia a cambiare. Contro la volontà di mastro Liu, Xiangzi e Huniu si sposano. Ma la vita non smette di tirar calci…

Cosa si potrebbe scrivere per recensire un romanzo ritenuto un capolavoro della letteratura cinese del Novecento? Solo questo, di per sé, ne giustificherebbe la lettura. Proviamo comunque a tracciare delle coordinate che orientino il lettore, aiutandolo ad inquadrare questo classico della narrativa sinica, pubblicato a puntate fra il 1936 e il 1937 sulla rivista “Yuzhou feng” (Vento del Cosmo). In questa versione è stato tradotto per la prima volta dall’originale cinese da Alessandra Lavagnino, membro del Consiglio Direttivo e Direttore di parte italiana dell’istituto Confucio dell’Università degli Studi di Milano. Lao She, pseudonimo di Shu Qingchun, intellettuale cinese di spicco del secolo scorso, muore suicida nel 1966 gettandosi nel lago Taipin, in quanto ritenuto un “borghese controrivoluzionario e nemico del popolo”. Pochi giorni prima del suicidio le Guardie Rosse lo avevano prelevato dalla sua abitazione per condurlo al Tempio di Confucio, dove era stato messo alla gogna e bastonato a sangue. Luotuo Xiangzi, letteralmente Cammello Fortunato (un soprannome che si è conquistato dopo la fuga dalla prigionia militare, avendo sottratto alcuni cammelli ai soldati) è un quisque de populo, che quando si trasferisce a Pechino in cerca di fortuna porta con sé nel proprio bagaglio tanta ignoranza e povertà, ma anche l’onestà, la dedizione al lavoro e l’ingenuità che contraddistinguono i proletari, gli appartenenti alle classi più disagiate, coloro che vivono ai margini. Il fuoco che arde nel suo animo, è solo la voglia di riscatto e il desiderio di oltrepassare i confini che delimitano il proprio umile stato. L’acquisto di un risciò come mezzo per conquistare un’indipendenza economica è solo un’illusione e dal momento della requisizione del veicolo, manu militari, inizia la sua degradazione morale. Quelli che in principio erano intenti propulsivi, si trasformano nel corso del tempo in un’ossessione distruttiva e per il tiratore di risciò la sconfitta interiore sarà inevitabile. Complice una società malata, dove i valori cedono a corruzione, prevaricazioni e ingiustizie (il povero ragazzo subisce i soprusi della polizia segreta), dove il destino si accanisce con vicende dolorose, come la morte di Huniu e di Piccola Fuzi. E tutto per un risciò, miraggio di una nuova vita. La discesa agli inferi raggiunge il culmine quando Xiangzi, accecato ormai solo dal denaro, vende Ruan Ming per sessanta yuan. Sullo sfondo di questo misero avvilimento morale, la Pechino degli anni ’30, indebolita, come tutto il pase, dalla guerra civile tra i nazionalisti di Chiang Kai-Shek e l’Armata rossa di Mao Zedong, dalla minaccia dei signori della guerra, con l’invasione giapponese alle porte e l’imminente inizio di otto lunghi anni di guerra. Una Cina fortemente indebolita e in preda al caos. Il contesto storico non risulta affatto invadente e non intacca il nucleo dell’opera, incentrato sulle esistenze di poveri disgraziati, diseredati, padroni solo della propria forza lavoro, costretti dalla miseria anche alla prostituzione, come Piccola Fuzi. Alessandra Lavagnino definisce Xiangzi il primo eroe proletario nella storia della letteratura cinese dell’epoca moderna. Peraltro dopo aver letto le pagine introduttive, a sua firma, non si può non prestare attenzione alla modernizzazione del linguaggio utilizzato da Lao She e alla struttura del romanzo, in linea con il modello narrativo occidentale. Si potrebbe scrivere ancora molto, ma ci sono già buoni motivi per immergersi nelle pagine de Il ragazzo del risciò.

 


 

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