Il ragazzo inglese

Il ragazzo inglese

Firenze. 1940 e 1970. Nel gennaio 1970 il colonnello in pensione (dal SID) Bruno Arcieri e il maresciallo fautore del socialismo reale Guerra partono con la Giulia verde in direzione di Reggio Emilia, dove si trovano la cara amica prostituta Nanette con il suo vecchio e pericoloso amante Oscar, in fuga dall’altro disperato amante Daniele. Mentre guida, Arcieri racconta come aveva drammaticamente conosciuto Daniele a Genova nelle ultime settimane della non belligeranza, per poi ritrovarselo ancora accanto proprio a Firenze in una contorta vicenda accaduta nell’aprile 1940. L’ufficiale dei Carabinieri e agente del SIM Arcieri vi si trovava in licenza per stare un po’ con la fidanzata di allora, Elena, bella bionda allegra raffinata benestante, ebrea e discriminata (per questo aveva dovuto rinunciare al posto di assistente di Lettere all’università). Lei lo porta in visita dalle dame della colonia britannica in un imponente palazzo del lungarno Corsini. Arcieri conosce Barbara, le sorelle Eleanor e Anne Burnett, la cuoca e governante Niobe e Greta, alta regale signora convinta che il nobile marito Luigi Giurovich Kausckha sia nascosto lì da qualche parte. In realtà, Barbara vuole fargli conoscere Johnny Heart, un ragazzo inglese 25enne che lavora al consolato britannico, che è stato richiamato alle armi e dovrebbe presentarsi a Londra entro quindici giorni, ma non vuole partire, è innamorato della conturbante Leda ed è disposto a offrire segreti militari di Stato se forniscono un’identità italiana e lo fanno fuggire con la fidanzata. Arcieri viene convinto dal Comandante, deve accettare, verificare le prime carte con l’aiuto di Daniele in arrivo da Roma e fissare l’incontro per la consegna definitiva cui il capo stesso andrà. Le acque sono torbide, le fazioni in lotta fra loro attraversano tutti i campi, in cantina e in mansarda della colonia sono davvero nascosti il figlio di Niobe e lo stesso Luigi, un paio di gerarchi ce l’hanno con Elena, Leda affascina, Arcieri non potrà che uscirne a stento...

Leonardo Gori (Firenze, primo gennaio 1957) fu farmacista e si occupò di grafica e cinema prima di conquistare una ventennale carriera di ottimo scrittore con un buon romanzo di genere l’anno dal 2000 (Premio Scerbanenco nel 2005). Bella e colta, una lettura che diverte e riposa, anche la dodicesima avventura della fortunata serie storica noir, sviluppata a tratti con Franco Cardini e alimentata dall’amicizia con Marco Vichi, che consente il solito duetto e dialogo col commissario Franco Bordelli. La narrazione è in terza fissa sul protagonista Bruno Arcieri (1902), infanzia e poi sprazzi a Firenze, ginnasio e liceo a Milano, Accademia (dopo la morte del padre per la Spagnola) e una carriera di carabiniere con specificità di agente segreto nazionale. Nel 1940, precocemente jazzofilo, aveva ancora un ottimo fisico asciutto e capelli nerissimi, nel 1970 si sono accentuate la presbiopia, le rugosità e raucedini, acciacchi e ferite varie, pur se tiene molto alla dolce bigliettaia 52enne Marie, hanno intenzione di comprare una casa fuori dal centro. Il romanzo racconta quanto accadde trenta anni prima, la storia del sorprendente ragazzo inglese (da cui il titolo) fra spionaggio e fantapolitica. Narra Arcieri in terza persona (appunto), 69 capitoli, un monologo intervallato ogni tanto dagli eventi del 1970 in corsivo, ovvero il dialogo lungo il tragitto e la concitata armata scena fra i due poliziotti amici di fronte ai tre amanti sotto l’albergo emiliano. Il cibo non manca (nonostante il razionamento), nemmeno Chianti e cognac ovviamente, ma risalta soprattutto la ricetta di Rex Stout col cioccolato a pag. 259. La stanza riservata al SIM all’interno del Circolo Ufficiali è a prova d’intercettazione e contiene pure (all’uopo?) uno straordinario impianto fonografico, tuttavia niente jazz né trio Lescano fra i dischi, solo marce militari e ballabili. E la Quinta di Beethoven!



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