Il tocco del pianista

Il tocco del pianista
Autore: 
Traduzione di: 
Genere: 
Editore: 
Articolo di: 

Anni Sessanta. Gabriel Goldman si risveglia in un ospedale di New York. Non sa bene cosa gli sia successo. In effetti non lo sanno neanche i medici, che continuano a rivoltarlo come un calzino da giorni. Quei giorni in cui, in ostaggio di un malore non ben definito, vede passare davanti ai suoi occhi una vita. Era molto piccolo quando il suo burbero nonno, Eugene, di origine russa, ha scovato in lui un talento naturale per il pianoforte e ha deciso di accompagnarlo alla scoperta di quello strumento e dei suoi suoni nascosti. Così Gabriel inizia a suonare il suo Tchaika, prima imitando ciò che sente dalle dita del nonno, poi iniziando a leggere quegli spartiti che aveva già imparato a suonare da sé. L’amore per la musica glielo ha trasmesso sua madre Cecilia, quando sfuggendo al pragmatismo a volte eccessivo del padre Nathan avviava il giradischi e canticchiava insieme a lui prima che il padre rientrasse dal lavoro. In pochi anni il piccolo grande Gabriel prende possesso del suo strumento, creando un rapporto viscerale con quei tasti bianchi e neri, che ha estremamente bisogno di toccare: sempre. Alla Manhattan Music Academy, dove decide di iscriversi ormai diventato grande, il suo maestro Alexander Savski, tuttavia, gli ha dimostrato che, anche con un braccio completamente paralizzato, quei tasti bianchi e neri avrebbero continuato a suonare…

L’udito è il senso che di solito associamo alla musica, ma l’associazione è tutt’altro che scontata: ce lo dimostra Mirt Komel ne Il tocco del pianista. Pur non essendo un pianista di professione, Komel realizza un romanzo pervaso dalla musica e dalla mistica del pianoforte, in cui cita pietre miliari della musica concertistica. Ma il protagonista de Il tocco del pianista non è tanto l’udito. Il vero protagonista è il tatto. Per esempio: qual è il colmo per un pianista? Avere la fobia del tocco. Questo è il grave problema di Gabriel, protagonista e voce narrante (a volte poco onnisciente) del romanzo. Nel suo libro Komel attinge non solo a episodi della sua vita personale, che “usa” durante il racconto, ma trova la sua ispirazione dalla filosofia e dalla storia, punteggiando qua il là le sue pagine di citazioni che testimoniano gli studi filosofici sul tatto. Mentre accompagniamo Gabriel nel racconto della sua vita, il tatto perde la sua connotazione esclusivamente materiale e corporale e si eleva a “senso del senso”. Prima che fisico, il tocco del pianista, quello di Gabriel che pigia i tasti del suo pianoforte, è immateriale. Nasce come idea, come concetto, prima ancora di tradursi e manifestarsi nel corpo. Gabriel ha la fobia del tocco ed è proprio questa la causa del malessere che lo inchioda in una stanza d’ospedale. Solo quando si accinge a suonare il pianoforte, è come se le sue mani si staccassero dal corpo e riproducessero quello che la sua anima e il suo spirito hanno bisogno di “vomitare” all’esterno, in un continuo esondare di emozioni. Quelle emozioni che, spesso, in mancanza del suo pianoforte, non era riuscito a esprimere.

LEGGI L’INTERVISTA A MIRT KOMEL



0

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER