Il vento selvaggio che passa

Il vento selvaggio che passa

Michael Davemport, a soli ventitré anni, ha già un passato da mitragliere di bordo sugli aerei B-17 e un buon piazzamento nella categoria dei pesi medi al torneo di boxe nel campo di addestramento di Blanchard Field, in Texas. Il suo obiettivo, ora che è tornato a New York, è quello di diventare uno scrittore professionista di poesie e testi teatrali. Frequenta corsi, abbozza opere, si impegna al massimo per creare qualcosa che colpisca, ma la strada è ardua. “Ciò che distingue un professionista in qualunque campo è che riesce a far sembrare facile quello che è difficile”. Così diceva un suo istruttore di tiro nel campo di Blanchard Field e, se questo è vero, il suo obbiettivo sembra molto lontano. Nonostante il matrimonio con Lucy, una giovane benestante e grazie alla quale potrebbe dedicarsi a tempo pieno alla scrittura, Richard decide di lavorare e vivere contando solo sulle proprie forze e sui risultati ottenuti con il proprio lavoro e talento. La donna, pur non condividendo la scelta del marito, accetta di vivere in un modesto appartamento, rimanendo affascinata dalle frequentazioni del marito di giovani artisti newyorchesi con i quali la coppia instaura un legame di amicizia. Il rapporto tra Michael e Lucy mette in evidenza però che la loro relazione, dalla quale nasce una bambina, sembra non essere felice come quelle dei loro amici bohémien. Dopo la rottura, i due prendono strade separate. Entrambe cercano la felicità, la soddisfazione del proprio talento così come la sua autenticazione, attraverso la recitazione, la scrittura, la pittura. Nessuna arte però sembra sollevarli abbastanza da renderli visibili a un mondo che bramano e che riescono solamente a sfiorare…

“Affanculo l’arte” disse. Davvero, Michael. Affanculo l’arte, d’accordo? Non è buffo che abbiamo continuato a inseguirla per tutta la vita? Morendo dalla voglia di entrare in intimità con chiunque sembrasse comprenderla, come se questo potesse esserci d’aiuto; senza mai chiederci se non fosse irrimediabilmente fuori dalla nostra portata… o se addirittura non esistesse. Perché eccoti un concetto interessante: e se l’arte non esistesse?”. Non solo il concetto è interessante, ma è una specie di macigno che ti cade sulla testa ogni volta che ti avvicini ad essa. Fa male arrivare a comprendere di non comprenderla. Richard Yates, la sua arte, è stata compresa appieno solo dopo la sua morte, avvenuta nel 1992. Il suo primo e più famoso romanzo, Revolutionary Road, scritto nel 1961, viene trasformato da Sam Mendes nel 2008 in un film con Leonardo Di Caprio e Kate Winslet. Eppure Yates è uno dei grandi scrittori americani, narratore di quella middle class dalla quale non riesce a staccarsi. Le vendite poco cospicue dei suoi romanzi e raccolte di racconti non corrispondono però all’affetto e al sostegno che riceve da scrittori come Dorothy Parker, John Cheever e Kurt Vonnegut, come testimonia il suo omaggio contenuto in questa edizione, così come quelli di Andre Dubus e di Seymor Lawrence, editore di Yates per quarant’anni. Le vite di Michael e Lucy sembrano ripercorrere la falsariga di quella dello scrittore. Poiché si dice che “ognuno è essenzialmente solo”, la coppia si ritrova a vivere la propria esistenza in maniera solitaria, nonostante la convivenza coniugale. Dopo la separazione, i due non noteranno quasi la differenza, perennemente alla ricerca di una gratificazione personale che non arriva. Ci vorrà una vita intera per accettare, se non comprendere appieno, questa condizione che somiglia a una condanna. La verità, come sempre, appare lucida e semplice, una volta saputa: ti rendi conto del valore di una cosa solo dopo che l’hai gettata via e irrimediabilmente persa. Così si arriva a capire il valore di un’esistenza mal spesa, usata per rincorrere qualcosa che non ci è mai appartenuta, solo dopo averla vissuta.



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