L’algebra e il fuoco

John Barth, sin da quando è un giovane studente della Johns Hopkins University, si appassiona, tra gli altri, di Omero, Dante, Cervantes, Proust, Joyce e Kafka e capisce che dedicherà la sua “vita alla pratica della letteratura”. Si auspica di riuscire a tessere “racconti dentro racconti, ricolmi di «descrizioni e conversazioni e rare peculiarità e aneddoti ed esempi morali e reminiscenze […] proverbi e parabole, cronache e facezie, frecciate e scherzi, racconti e […] dialoghi e storie ed elegie e altri versi»”. Ma Barth non sa solo cosa vuole scrivere, sa anche come vuole farlo: l’arte “richiede competenza e maestria oltre che un’ispirazione e/o un’idea estetica brillante”, ma le due non devono prevaricarsi vicendevolmente, bensì ballare all’unisono così da realizzare una “sintesi di linearità e artificio, realismo e magia e fiaba, passione politica e abilità artistica apolitica, caratterizzazione e caricatura, comicità e orrore”, dando vita a uno scritto “non solo ammirevole dal punto di vista artistico, ma umanamente profondo, amabile e meraviglioso nel vero senso della parola”. E se un romanzo riguardasse la Storia? Barth non ha dubbi: tanto più un romanzo si preoccupa di enunciare la Storia quanto meno esso diventerà letteratura perché “la preoccupazione di raccontare” i fatti storici “in modo esatto” porta allo smarrimento della “verità artistica”; e invero la letteratura non ha come protagonisti “gli eventi storici”, ma “l’esperienza della vita umana” in quei momenti. Il Nostro non ha dubbi nemmeno sul rapporto tra uno scritto “minimalista” e “il suo contrario”, a Barth fa pena “il lettore – o lo scrittore, o il periodo storico -  troppo partigiano di uno dei due per essere in grado di gustare anche l’altro”, perché “per quanto vi sia molto di ammirevole nell’austerità artistica, il suo contrario non è privo di meriti e di gioie. Ci sono i piaceri minimalisti di Emily Dickinson («Zero all’osso»), e i massimalisti di Walt Whitman («Contengo moltitudini»). Ci sono le gratificazioni a basso contenuto di grassi dei Testi per nulla di Beckett e le ipercaloriche delizie dei Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez” e dunque, “davvero più di una strada porta al paradiso”. E che dire della relazione tra realismo e realtà? Quanto realismo deve esserci nelle storie narrate da uno scrittore? Per Barth è semplice: “Se i resoconti che alcuni scrittori ci forniscono su quella bestia in perenne metamorfosi che è la Realtà sono più convincenti, memorabili, divertenti, se sono più belli di altri […] ciò è dovuto non tanto al programma estetico […] quanto al loro genio letterario, del quale né i 'realisti' né gli 'irrealisti' hanno il monopolio”. Infine, per quanto riguarda i rapporti con i letterati, Barth ci invita ad ascoltare, a elaborare e a comprendere i punti di vista dei ‘grandi’, ma senza mai abbandonare il nostro spirito critico e la nostra autonomia di pensiero…
“Diciamo che l’Algebra rappresenta la tecnica, o gli aspetti tecnici e formali di un’opera letteraria; diciamo che il Fuoco rappresenta le passioni dello scrittore, le cose che sta cercando di dire in maniera eloquente. Il nocciolo del mio discorso è che la buona letteratura […] comporta e richiede sia l’algebra che il fuoco: in breve, un virtuosismo appassionato”, così scrive John Barth e queste sue tracce d’inchiostro sono un lampo che esplode e rischiara, un fulgido punto di vista che si è fatto titolo meraviglioso di un’eloquente antologia composta da nove saggi sulla scrittura (così il sottotitolo), frutto della coscienza letterata di un Barth brillantemente ispirato nel dedicarsi ad essi. E invero, questi nove saggi - che in realtà potrebbero essere considerati un unico componimento tanto sono concatenati e uniti gli argomenti in essi vagliati - sono una vera bellezza non solo per la forma raffinata, ma anche perché, ragionando intorno alle difficoltà dello scrivere, sottolineando l’appagamento che può generare la buona scrittura, mostrando le policromie delle parole, ricordando illustri letterati, citando opere letterarie maestose e dimostrandosi ecletticamente dotti, contribuiscono a gratificare la sete di conoscenza, un po’ come fa l’acqua di una sorgente d’alta quota quando dà ristoro, alla fine di una lunga scampagnata, al viandante giunto in vetta. In particolare, sono lo scrivere davvero bello di Barth, l’esperta attenzione e la naturalissima padronanza che egli usa nell’argomentare i suoi punti di vista – essa è simile a quella che un navigato marinaio potrebbe usare nel rappresentare con ammirabile speditezza le rotte più tortuose dei suoi innumerevoli viaggi -, la sua sconfinata cultura letteraria - che qui, in questi scritti, è davvero vivissima - e il suo parlare appassionato della scrittura - perché Barth è un professore universitario e uno scrittore, ma è anche e soprattutto un uomo follemente innamorato di una ‘donna’ che si chiama Letteratura – a rendere quest’antologia una lettura che dà piacere. E allora, per usare un’espressione ‘Bartiana’, “va da sé” che questi saggi nati per spiegare l’arte dello scrivere sono arte essi stessi, un’Arte con la ‘A’ maiuscola perché è completa ovvero presente in corpo e in spirito o, se si preferisce, in “algebra e fuoco”.

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