L’ambulante

L’ambulante

La vita a volte sembra un romanzo giallo. Nel pieno rispetto della tradizione del genere, un omicidio è intervenuto a modificare una situazione di apparente normalità. E il testimone che, sempre come da copione, assiste all’accadimento è un estraneo che entra in scena per caso. Si tratta di un venditore ambulante stanco per il protrarsi di un lungo tragitto compiuto per giungere in una cittadina dove è stata indetta una festa. Gli abiti che indossa sembrano poco adatti alla bella giornata e i capelli sono arruffati benché nessuna folata di vento si sia fin qui alzata. Con sé reca unicamente degli effetti personali chiusi all’interno di una valigia. La strada che sta percorrendo è stata appena lavata e l’atmosfera appare sospesa in un clima di apparente tranquillità, come le case che la cingono sui muri delle quali non è vi è traccia di segni né di disegni. Le persone che incrocia lo squadrano incuriosite, mentre esse sembrano invece muoversi adattandosi in maniera del tutto convenzionale all’ambiente in cui si trova. Anche quando entra in una taverna per dissetarsi, gli avventori si comportano con naturalezza disarmante. Ogni movimento, ogni sguardo e ogni parola appare come funzionale al mantenimento di una condizione di vita ripetuta ad oltranza, di un copione recitato a memoria. La sua presenza continua a non passare inosservata. Del resto ogni persona estranea costituisce in ogni trama il “sospettato”. Quale motivo lo ha spinto a varcare la soglia di quell’ordine che appare inamovibile e che egli osserva minuziosamente in ogni particolare, prima che accada ciò che squarcerà quell’atmosfera di ordine che trattiene il respiro prima del grido che ne decreterà lo squarcio?

L’ambulante è un libro acuto e geniale, condotto su di un tempo binario. Come lo sferragliare della trama di un romanzo giallo il cui viaggio contempla dodici fermate (tale è il numero dei capitoli in cui è articolato il volume). Ad ogni stazione, prima di iniziare o di proseguire il viaggio, il lettore è invitato dall’esposizione di un esplicativo preambolo ad assumere consapevolezza delle tecniche di tale genere letterario. A reggere le file di un testo in cui la narrativa e il saggio si alternano di continuo è l’austriaco Peter Handke, scrittore e drammaturgo, saggista e poeta, regista e sceneggiatore insignito del premio Nobel per la Letteratura nel 2019. Il libro venne scritto nel 1967, quando le sfide a scacchi tra chi scrive e che legge, tra chi indaga e chi si macchiato di un reato non incollavano ancora alla pagina la vasta platea dei lettori odierni e non riempivano massicciamente gli scaffali delle librerie. I testi su cui Handke si era soffermato a leggere erano sati scritti da George Simenon e Raymond Chandler, quando l’idea di indagine e il concetto stesso di romanzo poliziesco erano assai diversi rispetto a quelli che strutturano i testi dell’età più moderna e contemporanea. Da allora molta acqua è transitata sotto i ponti e il genere si è diramato in varie formule dando vita perfino a ulteriori classificazioni. Per questo alcune argomentazioni presentate sul versante saggistico, scritto con gli estri di una lingua densa e virtuosa, risultano datate e poco consone al cultore moderno del genere. Ma consentono nondimeno di giocare al rimando, di interrogarsi su genesi e natura di libri nei quali, in ogni caso, vi è sempre chi muore e chi uccide, un ordine che viene sconvolto per poi essere ricomposto. Perché le vie del giallo non sono infinite, ancorché molteplici.



0

Pubblicità

 

Pubblicità

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER