L’attrice

Quando le chiedono “Lei com’era?” Norah, soffocando l’impulso di rispondere “Molto pulita”, traumatizzata o quasi dal ricordo di un uomo nella cucina della casa di Dartmouth Square (dove sembra abbia avuto luogo ogni avvenimento importante della sua vita) da cui un giorno sentì dire che conosceva qualcuno che era andato a letto con Marilyn e che dopo quell’evento non si era mai più lavato, cerca sempre di capire se vogliono sapere come fosse nella vita normale, in pantofole, mentre mangiava pane e marmellata o fumava una sigaretta con voluttà, o se invece a loro ne interessa l’aspetto di madre, oppure, ancora diversamente, di attrice, la diva (la parola star non fa parte del lessico familiare di Norah) amata dalla gente, dagli estranei, che la guardavano adoranti, sempre pronti ad annuire, e pendevano dalle sue labbra pur non ascoltando nemmeno una sola parola di quello che diceva. Nella maggior parte dei casi però i suoi interlocutori intendono chiederle, probabilmente perché temono che anche la loro madre possa ammattire dall’oggi al domani, andata a male come una bottiglia di latte lasciata fuori dal frigo, o, ancora peggio, perché hanno paura di essere loro, inconsapevolmente, per giunta, degli squilibrati, come fosse prima di diventare pazza, prima di cominciare a sparare alla gente e cose così. Oltretutto, poi, succede anche un’altra cosa mentre le si rivolgono e le parlano, prende pian piano piede un’altra sensazione, un meccanismo di stupore crescente, cui Norah è ormai avvezza, che rassomiglia a quando, dopo tanti anni, si riconosce una vecchia fiamma incontrata di nuovo per caso: si accorgono delle caratteristiche in comune. “Hai i suoi occhi,” dicono. E sì, è vero, sono una delle poche cose che Norah ha ereditato da Katherine O’Dell, diva del palcoscenico e dello schermo, gli occhi del suo stesso colore, un nocciola che, nel suo caso, alle persone piaceva chiamare verde e che ha fatto sprecare fiumi d’inchiostro in paragoni coi campi e le torbiere d’Irlanda. Inoltre sbattono le palpebre allo stesso modo, lento e carezzevole, come se pensassero a qualcosa di bellissimo. Katherine un giorno ha detto a Norah: pensa ai fiori di ciliegio portati dal vento. E lei ogni tanto lo fa…

Nel 2017 Todd Haynes, presentandolo a Cannes e anche nella prestigiosissima cornice del festival del cinema di Locarno, ha dato vita a un film sottovalutato ma delicato, intenso, poetico, ben diretto e ben interpretato, sia dagli attori bambini che da stelle adulte e di prima grandezza come Julianne Moore e Michelle Williams, una storia d’amicizia, amore e stupore per la bellezza, tratta dall’omonimo romanzo illustrato di Brian Selznick, che scrive anche la sceneggiatura, che si dipanava attraverso il tema dell’alterità, e dell’incapacità di sentire: La camera delle meraviglie si muove su più piani temporali, e un ruolo senza dubbio rilevante per il peso specifico delle sue interazioni è ricoperto da Lillian Mayhew. Costei è un’attrice del muto (Julianne Moore), ormai in declino, che, nonostante non sappia essere certo una madre nel senso canonico del termine, teme per il futuro dell’amata figlia Rose (Millicent Simmonds) che non è udente. La bambina, al contempo, guarda a colei che l’ha messa al mondo con un misto di sensazioni: ammirazione, invidia, gelosia, amore, affetto, rabbia, paura, soggezione, tenerezza, dolore. Mutatis mutandis, ricorda un po’ quelle sequenze di sguardi il libro dell’irlandese – si nota: la sua scrittura risente di quel background, ed esalta i temi centrali di quella cultura, così densa, sofferta, profonda, piena di sfumature, che affonda le radici in una terra che per lungo tempo è stata povera, malvista e oscurantista - Anne Enright, vincitrice, tra l’altro, anni fa, del Booker Prize, illustre autrice e anche ex produttrice televisiva (sa come si narra e come si eliminano i tempi morti), che scrive chiaro e tondo che i personaggi principali di questo libro sono frutto di fantasia e non si ispirano a nessuna persona, né morta né viva. Eppure c’è una tale intensità che sembra proprio un’autobiografia. Norah, la protagonista di questo romanzo, significativa sin dal nome, che riecheggia, cambiato, quello della protagonista di Casa di bambola, ansiosa di autodeterminarsi, ricorda un po’ la piccola Rose di Haynes: guarda alla madre con lo stesso misto di ammirazione, invidia, gelosia, amore, affetto, rabbia, paura, soggezione, tenerezza, dolore. E quando, durante un’intervista, parla - sorprendendo, come le capita ogni volta, l’interlocutore, che vuole sapere la quotidianità tra camera e cucina della stella del cinema e del teatro che le rassomiglia – dell’Attrice, quella diva che l’ha cresciuta senza un padre e con poche regole, maliarda dagli occhi verdissimi che ha abbandonato l’Inghilterra e la sua lingua ed è diventata una sorta di eroina nazionale dell’Eire, anche in senso politico, tingendosi i capelli di rosso, star quasi planetaria piena di difetti, eccentrica, eccessiva, folle sul finire della vita, caduta nell’oblio, moglie sessualmente libera finanche di un gay, Norah parla soprattutto in fondo di sé. Del suo bisogno d’amore. Del suo voler essere protagonista del suo destino.

 


 

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