L’estate dei fantasmi

Naomi Codrington, britannica altoborghese poco più che ventenne, trascorre da sempre l’estate con la famiglia nell’isola greca di Idra, famosa per essere stata frequentata dal jet-set internazionale degli anni ’60. La ragazza è turbata: sebbene il livello sociale a cui appartiene le consenta di avere larga disponibilità economica, la fonte di ciò – il padre Jimmie, mercante d’arte e imprenditore, risposatosi con Phaine, snob e imparentata nientemeno con gli Onassis – rappresenta per lei un sottile fastidio, ormai dai tempi in cui le è morta la madre, prima moglie di Jimmie. Naomi non sopporta il genitore (così come l’ambiente in cui vive), che giudica superficiale, viveur, reazionario e poco sensibile ai drammi sociali, in particolare a quello degli immigrati, tenuti ai margini per la loro diversità di cultura e di religione; e ancor meno sopporta la matrigna, sempre pronta a inquisirla e a metterla in discussione, specialmente in quella estate, dopo che Naomi è stata licenziata dallo studio legale londinese dove esercitava come avvocato. La situazione si alleggerisce per la protagonista con l’entrata in scena degli Haldane di New York, famiglia benestante e di sani principi, la cui figlia Samantha – Sam – ha qualche anno in meno di lei, ma cova una medesima noia mista a rabbia repressa nei confronti del mondo. Le due ragazze legano subito e la più giovane subisce il carisma di Naomi, facendosi coinvolgere suo malgrado in avvenimenti successivi molto concitati e pericolosi, che hanno a che fare con il bello e misterioso Faoud, profugo siriano sbarcato di nascosto sull’isola, al quale Naomi e Sam offriranno aiuto…

Lawrence Osborne, londinese classe 1958, romanziere e giornalista, da circa otto anni trasferitosi in pianta stabile a Bangkok, intreccia con calma e ponderata capacità i fili di questa storia, che all’inizio non lascia presagire il suo deflagrante sviluppo. Sotto il sole spietato del Mar Egeo i visitatori dell’isola di Idra – luogo mitico e senza tempo – si confondono con il paesaggio, in preda alle passioni che normalmente ognuno di noi tiene sotto controllo e che invece, in questo contesto, affiorano prepotenti, chiarendo il significato del titolo originale del romanzo, Beautiful animals. Sam, ad esempio, pensa ad un tratto: “Che begli animali siamo […] belli come pantere”; e Naomi, riferendosi a Faoud, la cui vita è così distante dalla loro tranquilla agiatezza, lo paragona a “un animale circondato da uomini armati di fucile”; infine, gli indigeni greci giudicano Naomi “sicuramente un bell’animale”. E con istintività animalesca si muovono soprattutto Naomi e Faoud (Sam, per la quale questa estate rappresenta una sorta di passaggio all’età adulta, resta spettatrice, pur se con un ruolo determinante) secondo una coerenza che nasce dalla condizione in cui hanno vissuto fino a quel momento e secondo i parametri mentali con cui ragionano, pur non palesando del tutto le proprie motivazioni e lasciando così al lettore il magnifico compito di trovare la logica sottesa all’intera vicenda. Il risultato narrativo contiene di certo una critica complessiva ai valori del mondo occidentale, ma c’è qualcosa di ancor più profondo e intenso, che ha a che fare con la verità celata in ognuno di noi, della quale spesso ci vergogniamo, e che invece i protagonisti di questo ottimo romanzo praticano fino alle estreme conseguenze.

 


 

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