L’inverno del nostro scontento

L’inverno del nostro scontento

Una calda mattina di aprile, il Venerdì Santo per essere precisi, Mary Hawley si sveglia e davanti a sé vede il marito che con i mignoli in bocca le fa le smorfie. Iniziano più o meno così ogni giorno, con una buona dose di giochi affettuosi, nomignoli e ironia. Ethan Allen Hawley appartiene a una delle famiglie fondatrici della piccola città marittima in New England. I suoi antenati fino al nonno paterno erano balenieri, si erano arricchiti cacciando e commerciando il prezioso olio di capodoglio, ma poi un incendio alla nave, capitato proprio quando il petrolio si stava prepotentemente imponendo sul mercato aveva messo fine a quell’attività sempre meno lucrosa. Il padre di Ethan aveva perso quasi tutto. Era rimasta la bella vecchia casa in stile settecentesco e per Ethan un lavoro di commesso dall’italiano Marullo, nel negozio che fino a qualche anno prima era di proprietà della famiglia. Anche i Phillips avevano dovuto trasformare la loro antica casa in una pensione...

John Steinbeck racconta con semplice maestria il degrado morale nell’America negli anni Cinquanta e Sessanta del ventesimo secolo. Il protagonista è un uomo comune sebbene dagli illustri natali che si accontenterebbe di vivere una quotidianità semplice, ma spinto dall’ambizione imperante nella società, per conquistare una posizione che faccia camminare a testa alta la moglie e i figli scende a compromessi con la sua coscienza, perché “così fanno tutti, (…) forza e successo stanno al di sopra della moralità, al di sopra della critica… L’ unico castigo è per chi fallisce”. Una prosa impeccabile di altissimo livello che trascina inesorabilmente alla riflessione sull’amore, l’amicizia, la famiglia, il lavoro e soprattutto sul valore della correttezza contrapposto al successo sociale. Una descrizione cruda, senza pietà e moralismi, del lavorìo interiore del protagonista che prende le misure sull’elasticità delle coscienze, compresa la propria; “per la maggior parte degli uomini il successo non è mai un male”, ci sono sempre giustificazioni morali alle azioni che si compiono o si omettono e anche se non ci crediamo fino in fondo, possiamo proteggerci con la mediocre rispettabilità sociale. L’ultimo capolavoro di Steinbeck, lieve e feroce allo stesso tempo.



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