L’isola dei morti

“Quale ne l’arzanà de’ Viniziani / bolle l’inverno la tenace pece / a rimpalmare i legni lor non sani… Mi sono venuti in mente quei versi dell’Inferno appena ho visto quel relitto, non so perché, anzi, lo so benissimo. Siamo a Venezia o in ogni caso non molto distante, sul fondo della laguna, a poche spanne dalla superficie c’è una nave risalente al quattordicesimo secolo, lunga una trentina di metri, che gli archeologi stanno liberando dal fango che la ricopre e il fasciame comincia a riapparire. Uno spettacolo, ti assicuro”. Con queste parole, Lucio Masera descrive all’amico Rocco Barrese quanto da lui visto durante la sua immersione nelle acque di San Marco in Boccalama. Barrese non è uno qualsiasi: è un filologo che insegna letteratura medievale presso la Ca’ Foscari e che ha di recente pubblicato uno studio sulle fasi che avrebbero caratterizzato la composizione della Divina Commedia. La sua opera non è certo passata inosservata, suscitando un certo clamore e una nutrita polemica tra gli estimatori e gli specialisti del settore. L’ipotesi, paventata dallo studioso, vede Dante tornare più volte sul suo scritto e sostiene che alcuni complementi siano stati aggiunti addirittura poco prima della morte del grande scrittore. Tra le sue qualità di studioso, Barrese può vantare una grande preparazione come linguista poliglotta. L’uomo, infatti, riesce a distinguere anche le più lievi sfumature semantiche e poetiche. Del resto il filologo è un sedentario, un topo da biblioteca. Credibile come stile di vita se si dà uno sguardo al suo studio nel Ghetto vecchio: una stanza stracolma di libri tra i quali la biografia di Dante del Petrocchi. Barrese ascolta il racconto dell’amico in maniera piuttosto interessata: trova che la narrazione sia alquanto avventurosa, o almeno lo è per lui che non percorre più di un chilometro per volta! E poi Lucio ha fatto un accostamento fantastico: un verso dantesco a emblema di una scoperta archeologica. Bellissimo!...

L’isola dei morti è il romanzo di Valerio Massimo Manfredi che vede protagonista l’archeologo Lucio Masera, impegnato nelle manovre per riportare a galla un’antica galea rinvenuta sul fondale della laguna veneziana. La trama (che trae ispirazione dal vero ritrovamento di due galee medievali affondate nei pressi dell’isola sommersa nella laguna veneta, di san Marco di Boccalama) si infittisce quando spunta una misteriosa pergamena ritrovata sul relitto, che sembra riportare la testimonianza di uno dei passeggeri della nave, morto ammazzato dopo aver a sua volta ucciso l’equipaggio. Ruolo determinante e fondamentale per la risoluzione dell’enigma è quello di Rocco Barrese, che si dimostra eccellente filologo e ottimo amico del protagonista. Ne L’isola dei morti ancora una volta emergono tutte le competenze che sono proprie di Manfredi in fatto di storia e archeologia. Come sempre accade nei suoi romanzi, i personaggi sono ben disegnati e nulla è lasciato al caso, sia nella collocazione storica di ogni singola figura, sia nell’esposizione dei fatti puramente legati ai tempi che furono. Contrariamente alle altre opere di Manfredi, la lettura de L’isola dei morti può però risultare a tratti impegnativa, a causa del linguaggio fine e sofisticato, se pur simbolo delle conoscenze tecniche dello scrittore. Un racconto che può appassionare, se non stanca la magistrale forma utilizzata, ma dal finale un po’ spiazzante e vacuo, decisamente non linea con quanto siamo abituati a leggere dello scrittore emiliano.

 


 

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