La bambina che amava troppo i fiammiferi

Vicino Saint-Aldor, in un dominio canadese di vaste terre e case abbandonate, vive isolata da tutto e da tutti la famiglia Soisson, padre e due figli. Siamo più o meno nel 1950. Una mattina il figlio numero uno bussa alla porta del padre - sempre si deve bussare - ma non ottiene risposta. Insiste, ma niente. Si fa coraggio e apre la porta, lo trova morto. Visibilmente scosso scende in cucina dove suo fratello, il figlio numero due, sta scrivendo il diario del giorno (tocca a lui essere il segretariano) e gli comunica la notizia. Entrambi incerti sul da farsi cercano una soluzione nei dodici articoli del codice della buona casa, un bellissimo documento miniato vecchio di secoli, ma non è previsto il loro caso e rimettono il rotolo nella scatola polverosa nell’armadio. Il padre è davvero morto o ha avuto una catalessina? A volte perde conoscenza, ma respira sempre, questa volta non lo fa. “Avevamo bisogno di ordini per non cadere a pezzi, mio fratello e io: erano la nostra malta. Senza papà non sapevamo niente. Da soli, riuscivamo a malapena a esitare, esistere, aver paura, soffrire”. I ragazzi non frequentano la scuola, imparano le vite dei santi dai libri che il padre ha portato dal Giappone quando era missionario, ma il figlio numero due ama leggere i libri che trova in biblioteca, dizionari li chiama, sogna con le avventure di dame e cavalieri, con le memorie di Saint-Simon e studia l’opera filosofica di Spinoza. Il padre non li chiama neanche per nome non frequentano nessuno, non sono mai andati in paese, ignorano le regole sociali e del vivere civile. Vivono in quella grande casa diroccata, umida e mangiata dai vermi, come dei selvaggi, poco cibo e tante botte, i loro giochi sono sgraziati e violenti. Sono soli e spaesati, ma il padre deve essere seppellito e c’è bisogno di una cassa da morto, le assi della cantina bastano solo a fare una croce, è al paese che si deve andare per procurarsene una. I ragazzi non hanno denaro e non ne conoscono il valore, cercano nei cassetti e nelle tasche dei vestiti del padre e trovano qualche spicciolo. Il segretariano, il più sveglio dei due, si incammina con il loro vecchio cavallo verso il paese. È la prima volta che si allontana dalla casa e saranno tante le cose che scoprirà nelle ore successive…

Questo è un libro forte, che dà brividi. Si resta intrappolati in una girandola di parole strane: catalessina, scombiccherato, segretariano, rammentovare, cocuzza, sanguinaccio… è un vocabolario insolito, guizzante ed istintivo. La voce narrante è una creatura a cui è stata negata la presenza materna, l’identità sessuale, la limpidezza di legami familiari ed è stata relegata in una capsula distopica avara di qualunque dolcezza. Lo spazio temporale del libro è di quarantotto ore, dalla morte del padre all’alba di un mattino d’autunno, all’arresto del figlio numero uno. L’onnipresente padre è un tiranno torturato dai propri demoni, ossessionato dalla colpa e dall’idea del pentimento, che si è ritirato completamente dal mondo e dalla realtà. Il signor Soissons de Coëtherlant è un uomo molto ricco, proprietario di miniere che danno da vivere a tutta la regione, ma i figli lo ignorano. È vedovo da circa dodici anni e non sembra essersi riavuto dalla tragica morte della moglie, che piange spesso in compagnia del figlio numero due davanti ad un’urna di vetro che ne contiene le ossa, noncurante degli occhi pieni di orrore di Giusto Castigo. Si occupa da solo dell’educazione dei figli, lui è l’Essere supremo, dà botte pesanti soprattutto al figlio numero uno, fino a lasciarlo mezzo morto e li costringe a partecipare alle sue sessioni di sadomasochismo, si fa legare e battere con uno straccio bagnato dai figli: “curiosi esercizi” li chiamano. In pratica è pazzo. Il vero nome della narratrice è Alice Soissons de Coëtherlant, ha circa sedici anni, ha vissuto sempre con modelli maschili e non ha mai accettato la sua differenza, d’altra parte leggendo ci si aspetta questa rivelazione sul sesso della narratrice, lei spesso si diverte a gettare addosso al fratello il sangue mestruale, perché prima lui le ha fatto annusare il suo sperma. I suoi cambiamenti fisici, il seno, la pancia che cresce non le fanno comprendere che è una ragazza e si domanda come mai non è come suo fratello. È senza dubbio per questo che considera tutte le donne puttane o vergini, due parole per lei equivalenti, perché non ne conosce il vero significato, si accontenta di riprodurre il vocabolario che sente dagli uomini di casa. È una piccola capra selvaggia, ma si fa carico del suo errore, essere rimasta incinta di suo fratello, che adesso detesta, accetta la maternità sperando di mettere al mondo una figlia, che vorrebbe educare lontano dagli uomini, che giudica severamente. È un romanzo di formazione questo, la storia di una giovane donna che diventa adulta. Il fratello non sarà mai uomo non capisce e non gli importa di nulla è un idiota, crudele con gli animali e con lei e pensa solo al sesso, è un individuo instabile, ignorante e le sue azioni avranno un crescendo di incoerenza e follia, è deciso a prendere il posto del padre onnipotente avviandosi verso un tumultuoso finale. Giusto Castigo, Ariane, la gemella della narratrice è quella che dà il titolo al romanzo, perché è lei che verso i quattro anni, giocando con i fiammiferi, ha dato fuoco al vestito di sua madre provocando un incendio e rimanendo gravemente ustionata. Paga per aver disobbedito: è imprigionata, bendata come una mummia e legata con una catena al collo al muro della cantina nel bosco, vicino all’urna di vetro che contiene le ossa di sua madre. I temi sono numerosi, la ricerca dell’identità e la femminilità, il romanzo è un inno alla condizione femminile, un omaggio alle donne obbligate a comportarsi e adeguarsi ad un mondo di uomini che fanno le leggi. C’è nel romanzo un attacco in piena regola alla religione, quella cattolica soprattutto, che aliena e riduce la donna ad un semplice ruolo di figurante dominata dai maschi, che incarnano la società patriarcale e impongono il loro potere, impedendo alle femmine di considerarsi loro simili, di affermarsi, di occupare il posto che spetta loro in società e di essere libere di esistere. La forza di Soucy è quella di tenere insieme tutte queste materie metafisiche in una trama straniante, una fiaba nera d’alta classe con leggerezza, senza che niente della sua personale formazione culturale traspaia (fisica, letteratura e filosofia). È stato scritto dal 27 gennaio al 24 febbraio 1998, questo libro, e una sola lettura non è sufficiente per scoprirne tutti i misteri, i meandri nascosti e le implicazioni. Poterlo leggere in tutta la potenza narrativa è merito della impeccabile traduzione di Francesco Bruno. Dal romanzo è stato tratto un film nel 2017 diretto da Simon Lavoie e tante tesi di laurea lo hanno preso come esempio dei cambiamenti della lingua del Québec o per analizzare i disturbi comportamentali dei personaggi. Interpellata Claudia Tarolo di Marcos y Marcos ci ha dato il suo ricordo: “La bambina che amava troppo i fiammiferi è stato di gran lunga il romanzo di Soucy che ha avuto più successo, tradotto ovunque e quando hanno chiesto a Gaetan: Se tu dovessi usare un tuo libro per stabilizzare un tavolo che balla, quale useresti? Lui ha risposto senza esitare La bambina che amava troppo i fiammiferi. Per lui era quasi uno scherzo, non si è reso conto della potenza lirica, dei temi caldissimi tra cui quello del gender e come tutti i grandi artisti era troppo modesto. Quando è venuto a Torino per il Salone ci ha detto che eravamo stati bravissimi confezionatori del suo romanzo e che del resto tutti gli italiani sono questo, bravissimi confezionatori di oggetti e di corpi. Per Marcos y Marcos è uno dei libri più amati, io l’ho letto in Australia tanti anni fa e me ne sono perdutamente innamorata. Abbiamo cambiato la copertina per rilanciarlo, e ora solo guardarlo ci rende felici. Il traduttore poi è stato un genio, con la lingua di Soucy non era facile”.

 


 

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