La città dei vivi

Martedì primo marzo 2016 il cielo è solcato da poche nuvole e i cancelli del Colosseo si spalancano per consentire a migliaia di turisti di ammirare le più famose rovine del mondo. Frotte di persone assaltano come ogni giorno le biglietterie mentre Roma brulica di vita come solo lei sa fare. Un anziano turista olandese osserva stupefatto i romani agitarsi nelle proprie movenze quotidiane e intanto stringe tra le mani due biglietti falsi che due finti addetti al sito archeologico gli hanno venduto poco prima. Alla sua richiesta di chiarimenti in presenza di una vera addetta alla vendita dei biglietti, gli viene risposto di andarsi a lamentare con il sindaco. L’olandese si sente spaesato, non riesce a capire come anche i veri impiegati si possano prendere gioco di un turista senza degnarlo di troppa attenzione. Così dopo un po’ l’uomo abbandona la fila davanti la biglietteria e si incammina verso piazza dei Cinquecento. Nello stesso momento l’addetta alla biglietteria trasalisce scorgendo delle macchie rosse sulla propria mano, gocce di sangue. Scattando in piedi in preda alla paura corre a chiamare il suo superiore. Il 2 marzo il soprintendente ai beni archeologici decreta che le gocce rosse che sono cadute sull’addetta alla biglietteria sono di sangue di topo. Lo fa durante una conferenza stampa che è stata indetta per celebrare la fine dei lavori di ristrutturazione intorno al Colosseo e che finisce invece per occuparsi di tutt’altro. L’argomento salta fuori quando qualcuno tra i giornalisti chiede a bruciapelo spiegazioni sull’accaduto. Il soprintendente è così costretto a scendere nei particolari e a raccontare minuziosamente lo strano evento del giorno precedente. Ben presto l’emergenza topi finisce su tutti i giornali, entusiasti di declinare la decadenza di Roma in tutte le sue forme. Una Roma invasa dai topi che, uscendo dalle fogne, invadono la città e instaurano una strana convivenza con i cittadini. Mentre la Città Eterna affronta i suoi problemi, il 4 marzo Luca Varani viene brutalmente ucciso da Marco Patro e Manuel Foffo...

È così che ha inizio quello che senza dubbio è il romanzo italiano che ha segnato il 2020: La città dei vivi di Nicola Lagioia. Sembra un inizio ambiguo e che poco ha a che fare con la storia che si può leggere sulla quarta di copertina e che attira il lettore prima ancora di leggerne anche solo qualche riga. Eppure nessun incipit potrebbe essere migliore che quello che descrive il quotidiano decadimento di una città, Roma, alle prese con immensi problemi e che fin dalle prime pagine introduce il sangue quale connotato destinato a segnare l’intero romanzo. Uno stillicidio di gocce che calano dall’alto e sembrano non avere origine né provenienza. Sì, perché questo romanzo, in più di 450 pagine, racconta un mondo, racconta una città, racconta un’umanità e lo fa attingendo a un caso di cronaca nera che nel 2016 ha sconvolto l’Italia intera: l’omicidio brutale di un ventenne, Luca Varani, da parte di due ragazzi poco più grandi, Marco Prato e Manuel Foffo. Un omicidio che inizialmente appare privo di movente e avvolto nel mistero e che proprio per questo sembra ancora più assurdo. Un omicidio di cui l’autore parla nel romanzo in termini di “possessione”. Lagioia mette in scena uno squarcio di vita vera che, come lui stesso afferma, l’ha profondamente segnato, quasi ossessionato, certamente assillato per anni e lo fa ripercorrendo minuziosamente i dettagli, anche i più macabri, della vicenda sia umana che giudiziaria di Prato e Foffo. Questo romanzo quindi non è solo un romanzo ma è al tempo stesso un’inchiesta giornalistica, un trattato di psicologia e antropologia, una cronaca processuale. Ma anche poesia. In una parola: letteratura al massimo della sua bellezza. Il lettore si ritrova catapultato in un incubo, quello vissuto da Luca Varani, adescato da Prato e Foffo nell’appartamento del secondo, torturato e ammazzato a coltellate e a martellate. Si ritrova lì in quelle stanze mentre l’orrore si consuma e poi si ritrova nel carcere accanto ai due assassini nel complicato compito di spiegare al PM motivazioni e modalità del proprio gesto. Si ritrova negli studi televisivi dove la vicenda è stata portata fino a divenire un caso mediatico senza precedenti. Si ritrova nella vita dello stesso autore nel suo tentativo di ricostruire la storia di quest’omicidio mediante interviste, letture e incontri. E ne resta intrappolato. Intrappolato tra le pagine, tra le parole, tra le immagini che l’autore sa dipingere talmente bene da far sentire ognuno presente non solo nel momento del massacro ma anche e soprattutto dentro al decadimento umano ed esistenziale di Prato e Foffo. Il lettore scivola senza neanche accorgersene nei meandri più reconditi della psiche umana, nelle gallerie che scorrono sotto la superficie della razionalità e sembrano non essere destinate a vedere la luce. Eppure, nonostante il tanto orrore che permea le vicende narrate, nonostante l’angoscia e lo sgomento che da ogni pagina trasudano, non si può non essere inghiottiti da questa lettura provando una sorta di consolazione, quella di chi si rende conto, pagina dopo pagina, nel semplice atto della lettura, che essere umani significa essere fragili, poter commettere il male più inimmaginabile, smarrire ogni significato eppure trovarsi al cospetto della letteratura non per essere giudicati ma solo per essere letti nel profondo. La città dei vivi legge le vicende dell’omicidio Varani, legge il dolore dei genitori della vittima e di quelli degli assassini, legge perfino l’animo di Prato e Foffo quasi con la consapevolezza che qualcosa di umano ci sia ancora in essi. Legge perfino lo stesso lettore. Un romanzo spiazzante che lascia atterriti, confusi ma estasiati e la cui potenza narrativa e di significato è difficilmente spiegabile, perché si ha l’impressione che qualunque parola spesa non riesca mai ad essere davvero all’altezza del suo splendore. Una lettura in cui certamente cimentarsi. Un viaggio nella storia, nel tessuto sociale di una città e nella natura umana assolutamente da compiere. Costi quel che costi.



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