La fine del tempo

Aprile 2024, ore 2.24 del mattino. Philip Wade non sa se sono droni di ultima generazione o spettri della sua mente. Ma le sente muoversi sulla pelle: percorrono le braccia e le gambe, la pancia, il collo, il mento; si infilano nei capelli e sotto le unghie, si incuneano negli occhi. Anche nella sua camera d’albergo, in Giappone, le formiche gli corrono su tutto il corpo, a centinaia. Nel parco i ciliegi in fiore brillano e Philip vorrebbe scaricare su quelle gemme rosate il peso della solitudine e dell’insonnia, dell’angoscia, dei ricordi, dei rimorsi. L’unico modo per resistere all’invasione è dominare il respiro e attendere: l’autocontrollo gli ha permesso di padroneggiare il corpo e la mente, ma stanotte è diverso. Ricorda ancora il giorno in cui la sua vita cambiò: l’11 novembre del 2018, intorno alle 10 del mattino, a Parigi, una macchina lo centrò in pieno e Philip perse la memoria. Ora, sul tavolo, c’è una lettera, sulla cui carta intestata è riportato un indirizzo che lo rispedisce a quegli anni lontani: The Berkeley Hotel, Wilton Place, Knightsbridge, London City. Al Berkeley transitavano uomini “che avevano scelto di sopportare il peso del potere, di garantire la difesa a oltranza dell’ordine costituito”. Erano i Signori dell’Occidente, li chiamavano i “diavoli”. Per un lungo periodo, a causa del capitalismo e della globalizzazione, il futuro è franato sul presente e la vita sulla Terra è stata sospesa, ma nemmeno quegli uomini potenti sono in grado di fermare l’entropia: il tempo è finalmente pronto a scorrere e “il presente si scollerà dal futuro”. Tutto partirà dal Giappone e Philip Wade è un importante ingranaggio del meccanismo che sta per essere messo in moto…

La fine del tempo di Guido Maria Brera, cofondatore e CEO di Kairos, la più importante società italiana di gestione del risparmio, è l’ideale continuazione del suo primo romanzo I diavoli (Rizzoli, 2014, da cui è stata tratta l’omonima miniserie televisiva, in onda su Sky Atlantic). L’universo di riferimento è quello dell’alta finanza e i protagonisti sono i “diavoli”, coloro che, di fronte all’arretramento della politica, cercano di mantenere l’ordine. I diavoli è anche il nome del collettivo di cui lo stesso Brera fa parte e che ha come obiettivo agire nel cuore della macchina capitalistica per “fare esplodere le sue contraddizioni, presenti e future”. La fine del tempo è un libro scritto dall’interno, che fa luce sulle contraddizioni e sulle forzature di un sistema – quello globalista delle delocalizzazioni e dei mutui a tasso zero – che in poco più di dieci anni, dopo il crollo di Leman Brothers nel 2008 e il varo del Quantitative Easing, ha ulteriormente aggravato il divario economico tra poveri e ricchissimi, tra coloro che vengono schiacciati dalla morsa del precariato e l’1% della popolazione che occupa la vetta della piramide economica. Il protagonista è Philip Wade un professore di Storia contemporanea che ha conosciuto da vicino questo mondo che anela alla stasi completa, che l’ha studiato a fondo e che, da ciò che riesce a dedurre partendo da una serie di indizi, voleva smascherare attraverso un libro di cui ha perso il manoscritto, About the End of Time. Ma un incidente gli ha sottratto la capacità di ricordare e ora si trova costretto a ricostruire le tappe dei suoi ragionamenti, e della sua vita. Il linguaggio di Brera è molto tecnico e potrebbe risultare ostico a chi non ha un’infarinatura di finanza ed economia, ma La fine del tempo è un romanzo che può insegnare tanto anche ai non addetti ai lavori: è un tentativo che vale la pena fare per capire la realtà in cui viviamo.

 


 

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