La masseria delle allodole

La masseria delle allodole

Anno del Signore 1915. In una piccola città dell’Anatolia, la numerosa famiglia armena degli Arslanian è tutta presa nei preparativi per accogliere il fratello “italiano”, Yerwant, partito da casa tredicenne in cerca di fortuna. Fortuna peraltro trovata: Yerwant si è stabilito in Veneto, è divenuto un importante chirurgo, ha sposato una contessa italiana e ora, dopo molti lustri, si accinge a tornare nel suo “paese dimenticato”, per rivedere fratelli, sorelle, nipoti mai conosciuti se non in fotografia. È quasi tutto pronto: la macchina che lo condurrà da Padova ad Istanbul, i pacchi di regali, i segni distintivi del benessere conquistato. Dall’altra parte, il fratello Sempad predispone un’accoglienza sontuosa, restaurando l’antica masseria di famiglia, la Masseria delle Allodole. Per fare le cose in grande, scava anche una profonda fossa nel prato accanto alla masseria, che ospiterà il campo da tennis dove i nipoti potranno – o meglio avrebbero potuto – giocare insieme. Ma l’anno del Signore 1915 porta con sé abbondanza di sciagure: il Metz Yeghern, la grande tragedia storica degli armeni, il genocidio; e poi l’Italia che entra in guerra, con ingenuo entusiasmo e impreparazione. Yerwant non potrà più partire. Ricevere notizie dal fratello si farà impossibile. E quella fossa scavata per il prato da tennis, invece delle risa dei giovani della famiglia, ospiterà i loro corpi martoriati. Solo le donne saranno risparmiate e costrette al penoso viaggio verso Aleppo e i campi di concentramento. Lungo le strade faticose dell’Anatolia che scendono verso il deserto, fra i corpi che cadono per sfinimento e si ammucchiano ai lati delle strade, si apre la possibilità, minima e luminosissima, di salvarsi, di salvare almeno qualcuno della famiglia e mandarlo dallo zio Yerwant in Italia...

A più di quindici anni di distanza dalla sua prima pubblicazione, La masseria delle Allodole mantiene tutta la sua efficacia e la sua freschezza romanzesca nel descrivere una delle pagine più tragiche del Novecento. E purtroppo, ancora nel 2020, sono pagine di grande attualità perché come stiamo vedendo nel conflitto sul Nagorno-Karabakh lo scontro fra armeni e turchi ancora non è sopito, né sanato in alcun modo. Le pagine della Arslan – trasformate in un bellissimo film dai fratelli Taviani nel 2007 – sono sentite, partecipate, in alcuni momenti poetiche. La ricostruzione della sua storia famigliare conduce dritti a quel momento catastrofico, a quella precipitazione storica di un percorso di condivisione culturale ed emotiva. La scrittrice riesce benissimo a dare il senso di quel che si è perduto a causa del genocidio, non tanto in termini di Storia con la “S” maiuscola, quanto in termini di vicende personali, di gesti quotidiani, di oggetti pregni di significati e tramandati di generazione in generazione, di rapporti di vicinanza cancellati per sempre. Il genocidio armeno è il primo violentissimo gesto che spariglia il mosaico etnico dell’Anatolia, che i Giovani Turchi, poi Kemalisti, hanno preteso trasformare in uno stato nazione mono-etnico, a spese oltre che degli armeni, anche dei greci, dei siriaci, poi dei curdi. Per più di mezzo secolo si è parlato poco di genocidio armeno; il negazionismo turco veniva in qualche modo rispettato dagli alleati occidentali. Negli ultimi due decenni le cose sono cambiate e un gran numero di romanzi, ricerche storiche e memorialistiche hanno contribuito a riportare l’attenzione su questa questione. In Italia sicuramente il lavoro della Arslan è stato pionieristico. Questo romanzo è il primo di una trilogia armena che prosegue con La strada di Smirne e Il rumore delle perle di legno. Ma l’autrice ha anche contribuito a far conoscere la cultura armena con saggi e traduzioni, fra cui quelle del grande poeta Daniel Varujan, il cui Canto del Pane fu, miracolosamente, fra i pochi superstiti di quei giorni rovinosi dell’anno del Signore 1915.



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