La notte dei tempi

La notte dei tempi

Nel Continente Antartico, in corrispondenza dell’88mo parallelo, a dicembre è piena estate australe e il sole non tramonta mai. Il freddo penetra nelle ossa e furiose folate di vento sferzano ogni essere vivente che incontrano lungo la loro violenta corsa. Il Dottor Simon è il medico della spedizione francese in Antartide e segue la delegazione della base Paul-Émile Victor nelle operazioni di ricerca in corrispondenza del settore 612. Questo tratto di territorio è caratterizzato da alcune particolarità geomorfologiche ed è l’ideale per provare il nuovo macchinario di sondaggio, consegnato alla base da poco. Le ricerche iniziano come di consueto, ma giusto qualche ora e lo strumento registra dei tracciati alquanto curiosi, lasciando tutti sconcertati. Qualche giorno dopo, davanti a loro, ad una profondità di 980 metri dalla superficie ghiacciata, si aprirà uno scenario indicibile, un portento che oltrepassa l’immaginazione. Non è una visione fantasmatica, sono invece i resti di una civiltà risalente a 900.000 anni fa, placida e affascinante nella sua fierezza, misteriosa e piena di segreti da scoprire. I paleontologi sono scettici e gridano all’inganno: in quel periodo, che corrisponde all’inizio del pleistocene, non risulta presenza alcuna dell’uomo, se non dell’australopiteco. Ma le indagini proseguono e tutto il mondo osserva in diretta le operazioni di deglaciazione, necessarie a liberare i frammenti del passato dal rivestimento di ghiaccio. Un forte getto di aria calda viene mandato in direzione di una porzione di muro fossile ma la scena che segue è scioccante: in modo repentino e frustrante, con il ghiaccio si scioglie anche la struttura che, lentamente, si vanifica nel nulla. L’aria calda sta distruggendo anche i corpi che il ghiaccio aveva conservato per millenni. È subito scandalo. Ma mentre tutte le speranze si disgregano, il trasmettitore continua ad emettere suoni strani ed è subito chiaro, tra gli astanti, che non tutto è perduto. Tra costernazione e stupore, i minatori incaricati degli scavi, dopo qualche metro di profondità, scoprono, all’interno di un’enorme sfera in oro artificiale, i corpi di una donna e di un uomo, conservati alla temperatura dello zero assoluto. Tutto porta alla constatazione che i due giovani stiano semplicemente dormendo da circa 900.000 anni...

Una leggenda medievale vuole che la mandragora nasca sotto il patibolo dall’ultima goccia dello sperma degli impiccati, dovuto alla brusca congestione del corpo umano ancora vivo. L’aspetto ripugnante delle radici antropomorfe di questa pianta ha stimolato nei secoli la fantasia dell’uomo che le ha attribuito virtù magiche. La notte dei tempi è una straordinaria storia fantascientifica fondata su questa congettura, magistralmente innescata nell’ibernazione: l’uomo della coppia dormiente, rinvenuta alla profondità di 980 metri dalla banchisa, ha il sesso obliquo, dimostrazione che al momento del raffreddamento subitaneo era vivo e subì il fenomeno tipico degli impiccati; mentre la temperatura dello zero assoluto ha conservato inalterato nel tempo lo stato in cui giaceva al momento del congelamento. I due dormienti sono un po’ come le mandragore, le quali, se sottoposte a forte stress, per esempio se sradicate dal loro terreno, emettono dei suoni acuti che l’essere umano può percepire, ma, preso dalle sue esigenze personali, ignora, tanto da non accorgersi che in quell’istante stanno diffondendo il proprio veleno. René Barjavel, magnifico affabulatore, racconta la storia di una civiltà dalla rocambolesca inventiva tecnologica e scientifica, inizialmente destinata alle sale cinematografiche (in collaborazione con il noto regista francese André Cayatte). Problemi economici ne impediscono la produzione, così l’autore pubblica il suo romanzo, col quale si aggiudica il prestigioso premio letterario francese “Prix des Libraires” e si conferma come il maestro della fantascienza francese moderna. Seguendo la scia dei suoi romanzi precedenti, Barjavel mette in simbiosi l’essere umano con la natura e sviluppa le città futuristiche in verticale, sia in superficie che sotto terra, esprimendo l’architettura della biodiversità nella sua forma più eccelsa. Tuttavia, egli descrive un uomo che si evolve magnificamente come specie, ma rimane arrogante e presuntuoso come individuo e, nonostante abbia scoperto il siero per immunizzarsi dalle malattie, commette sempre lo stesso errore: lascia che l’odio sia il ganglio della sua esistenza. Soltanto i giovani manifestano incessantemente per le città a salvaguardia della pace, ma a nulla servirà, poiché un popolo con la pelle gialla, gli occhi a mandorla e il colore rosso come emblema, cancellerà ogni traccia di questa civiltà avanguardistica. Lo scrittore non solo prefigura il “Maggio Francese”, del quale è stato forte sostenitore (egli ha più volte ribadito che la stesura di questo romanzo è stata terminata il 10 marzo 1968, dunque prima della rivoluzione studentesca) ma prevede anche l’incontrollabile ascesa del popolo cinese. Con l’estro di sceneggiatore che lo contraddistingue, catapulta il lettore in un mondo chimericamente reale e gli regala un romanzo magistrale, commistione di diversi generi letterari, scritto con semplicità e linearità e con quel pizzico di pensiero filosofico che ammorbidisce l’austera evoluzione tecnologica.



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