La risata del barbaro

La risata del barbaro

Mentre la luna risplende sulla superficie del mare e le onde leggere solleticano la battigia, la zip si abbassa: dopo qualche secondo di silenzio, un gorgoglio dell’acqua annuncia che una vescica si sta svuotando con profonda soddisfazione, rovesciando nel mare gocce di pipì come fossero parole di un linguaggio in codice. È questo il semplice, quotidiano, rituale gesto che mette in crisi la villeggiatura degli ospiti dell’Hotel Colomba Blu. Da quel momento un penetrante e perturbante odore di urina inizia a riempire l’aria di sospetto, di diffidenza, di ribrezzo. Ogni mattina al risveglio qualcosa è impregnato di pipì: gli asciugamani stesi, i divani pouf disposti in giardino. I villeggianti iniziano a guardarsi l’un l’altro di traverso, ognuno ripara nel suo nucleo familiare, la socialità è compromessa, il dialogo fra le coppie si fa più acido, ogni parola prende un sapore d’ammoniaca. La signora Simin, l’unica in vacanza da sola, docente di storia della medicina ed esperta in rimedi naturali antichi, si guarda attorno e scrive sul suo quaderno le cure per i personaggi che le si muovono attorno: chiodi di garofano per l’astio della madre ansiosa; balsamo di gemme contro il rammarico della giovane donna emancipata; financo rimedi a base di urina… Intanto l’adolescente Ozan, compie il suo rito di iniziazione all’età adulta attraverso la caccia, presentando ogni giorno agli attoniti vacanzieri il cadavere di un animale diverso: un pesce, una tartaruga, un serpente e infine un capretto. Fra il sangue di quegli animali e il pungente odore d’urina che irrigidisce le narici, ogni personaggio sembra colto dal perturbamento di un messaggio simbolico che gli si rivela solo attraverso l’indecifrabilità dei liquidi corporei. Qualcosa che scuote il midollo, come la risata di un barbaro...

È quasi un divertissement questo La risata del barbaro, terzo romanzo di Sema Kaygusuz e vincitore, nel 2016, del prestigioso premio Yunus Nadi. In un villaggio di vacanze qualunque, si riunisce uno spaccato di società turca, con personaggi che a turno prendono la scena e danno voce a tematiche più generali: il femminismo e l’emancipazione sessuale, il rapporto con Dio, il rapporto di coppia, il patriarcato, il rapporto con la natura, il rimosso personale di inconfessabili violenze subite e quello collettivo di massacri taciuti. I personaggi si muovono sulla scena quasi fossero caricature, sagome di un teatrino allegorico della classe media, ma quando prendono la parola scavano a fondo nell’animo umano, toccano corde spesso lasciate intoccate, raccontano il panorama emotivo del mondo di oggi. L’atmosfera leggera e divertita del racconto è percorsa però da un sottile simbolismo di cui non viene mai fornita completamente la chiave di lettura, sta al lettore trovarla. L’urina, il sangue, l’ancestrale carica simbolica degli animali (il cinghiale, il pesce, il serpente, la capra, la tartaruga) o della frutta (la mela). La simbologia, indecifrata, irrancidisce. È quel fastidioso odore di urina che tutti percepiamo che ci unisce e ci distanzia, ci costringe ad arricciare il naso e a chiederci cos’è che non va, cosa c’è di sporco in noi, chi è stato a farla? È la risata del barbaro che scuote la fibra più remota della nostra impalcatura di “civiltà”, di consuetudine, di normalità che sembra così civile, giusta, normale fino a che non ci accorgiamo che in effetti puzza di piscio. Aspetti del libro che emergono in italiano grazie alla bellissima traduzione di Giulia Ansaldo.



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