La vera storia di Martia Basile

La vera storia di Martia Basile

A causa della pioggia l’abito da sposa, tutto bagnato, si è avvinghiato alla pelle facendo apparire il corpo di Martia ancora più minuto di quanto già non sia. La giovane solleva il velo sul capo e sorride, gli occhi le brillano per la felicità e, da sotto la coroncina di fiori e tralci d’uva, lancia occhiate ingenue e piene di giubilo. Anche il padre, Belisario, che l’accompagna all’altare pare assai compiaciuto e ne ha ben donde: la cerimonia nuziale è la prima boccata d’ossigeno per quell’uomo, oberato dai debiti, che è riuscito a piazzare la figlia ad ottime condizioni e a liberarsene prima del previsto, evitando quindi ulteriori spese di mantenimento. Tempo prima, aveva pensato di rinchiudere Martia in un monastero, ma tale soluzione gli era sembrata fin da subito controproducente per le sue tasche ed aveva preferito investire sulla figlia, affidandola alle cure di una suora, che le aveva insegnato a leggere, a scrivere, la religione e le buone maniere. Il suo investimento è stato premiato ed ora la figlia lo ricambia con un matrimonio che risolverà ogni suo problema legato a quei debiti che per molto tempo lo hanno risucchiato. Mentre Belisario avanza tronfio lungo la campata della chiesa, osserva lo sguardo incupito con cui alcuni abitanti del borgo Capuana guardano lui e la figlia e pensa che dietro tale sguardo si nasconda una ruga d’invidia nei loro confronti. La madre Veronica, che segue marito e figlia a tre passi di distanza, cerca di nascondersi il viso con le mani e, comunque, non solleva mai la testa e continua a guardare il pavimento. Giunta alla tavola liturgica Martia, quasi dodici anni, incontra finalmente l’uomo con il quale sta per mettersi nei guai: don Muzio Guarnieri, un omone con un grosso paio di baffi impomatati, una figura enorme, una montagna con una pancia bitorzoluta e imponente, un vedovo di quasi cinquant’anni. Un vecchio, insomma...

Maurizio Ponticello, scrittore e giornalista, già autore di diverse opere legate alla città di Napoli, ha effettuato un’accurata ricerca d’archivio che gli ha permesso di offrire al lettore una vicenda – che, contrariamente a quanto molti ritenessero, non è affatto frutto di fantasia ma storia vera – vissuta, in una Napoli indisciplinata e irrequieta a cavallo tra il Cinquecento e il Seicento, da una giovanissima donna, poco più che bambina, andata in sposa ad un commerciante e specchio della condizione femminile dell’epoca. All’interno del romanzo, il portavoce della triste storia di Martia è il poeta Giovanni della Carriola, cantastorie vissuto nello stesso periodo in cui si sono svolti i fatti e pertanto testimone diretto, che soleva aggirarsi per le strade di Napoli, trascinandosi con le braccia su una tavola provvista di ruote – aveva perso entrambe le gambe in seguito ad un incidente – e raccontando l’amara vicenda di Martia Basile, la sposa bambina divenuta donna tra mille difficoltà e destinata ad una fine terribile e tragica. Martia diventa moglie quando ancora non ha compiuto dodici anni e lo sposo è un uomo molto più grande di lei, facoltoso ed arido nei sentimenti; un uomo che la sottopone a inaudite violenze fisiche e psicologiche, giustificate e tollerate dalla società prettamente maschilista dell’epoca. Crescendo, la ragazza si trasforma in una donna consapevole della propria incredibile bellezza, che diventa arma potentissima della quale servirsi per sedurre uomini importanti. Impara a curare le ferite del suo corpo e della sua anima, martoriati da anni di sevizie, con i rimedi della magia naturale, bandita e perseguitata in quel periodo storico. Infine, si innamora, si innamora davvero di un capitano di giustizia spagnolo e potrà, anche se per poco, conoscere la vera gioia dell’amore. L’amore, si sa, nasconde pericoli e rischi e Martia lo scopre ben presto a proprie spese, pagando a caro prezzo il solo fatto di essere una donna intelligente, sfrontata e vera in un mondo classista, superstizioso e discriminante. Una storia struggente e bellissima, raccontata con una scrittura potente, capace di far rivivere in ogni riga la realtà di una città e di un periodo pieni di contraddizioni, di desiderio di affrancarsi da una sudditanza radicata e senza più ragione di esistere. Ponticello è abilissimo nel presentare, assieme alla vicenda dell’eroina che richiama le numerose protagoniste femminili di tanta parte della letteratura, la grandiosità della città ai piedi del Vesuvio che si disvela con le sue luci e le sue ombre, i suoi odori e i suoi colori, tra intrighi, bassezze, tradimenti e sotterfugi. La fotografia di una città in un momento particolare del passato ma, allo stesso tempo, estremamente attuale, di un’attualità che stupisce e spaventa.



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