Le 60 lingue che uniscono l’Europa

Le 60 lingue che uniscono l’Europa

La storia delle lingue d’Europa è un po’ come un’avvincente, aggrovigliata saga familiare. È la storia di due grandi famiglie – l’indoeuropeo e l’ugro-finnico – che nel corso dei secoli hanno dato vita a una prole linguistica incredibilmente varia e variegata. Ciò è particolarmente vero per l’indoeuropeo, sorta di mitico e primigenio avo da cui discendono molti degli idiomi europei, ma di cui non è possibile individuare perfettamente i tratti costitutivi. Tant’è che nel gergo accademico viene indicato con la sigla PIE, ossia “protoindoeuropeo”, dove “proto” veicola l’idea di “primissimo” (o comunque non preceduto da nessun’altra lingua) mentre “indoeuropeo” fa riferimento all’area d’origine dei parlanti di questa protolingua, ricostruita e dedotta attraverso comparazioni e studi approfonditi. Un caso pratico. Per tentare di ricostruire l’equivalente PIE della parola “lingua”, gli studiosi procederanno attraverso la comparazione della suddetta parola in più lingue europee confrontando ad esempio “lezu, liežuvis, tengae, tunga, dingua, gjuhë, käntu, językŭ e jihva”, che significano “lingua” rispettivamente in armeno, lituano, gaelico antico, svedese, latino arcaico, albanese, tocario A, slavo antico e sanscrito. Così facendo, si ricaverà la parola-radice PIE, ossia *dṇǵhwéh2s. È innegabile che per i non addetti ai lavori, il risultato di questa investigazione linguistica può apparire alquanto astruso, se non eccessivamente astratto, quasi una formula chimica con tanto di asterischi e cifre in pedice. Ma per i più curiosi c’è una buona notizia: per avere un’idea di come suonasse l’indoeuropeo, è sufficiente recarsi a Vilnus, capitale della Lituania. Il lituano è la lingua che meglio ha preservato molte delle caratteristiche fonetiche del PEI, basti pensare che “figlio” in lituano è sūnus e la ricostruzione indoeuropea è *suh2nus, oppure che “cinque” si dice penki, molto simile al *penkwe dell’atavico PIE. Se il lituano è il più conservatore delle lingue, le altre nel corso dei secoli hanno subito vari processi di contaminazione dovuti ad avvenimenti storici come invasioni, domini, migrazioni, riforme... Insomma, come ogni famiglia che si rispetti, le lingue d’Europa intrattengono i più disparati rapporti di parentela, con tanto di “figli litigiosi (romancio), fratelli gemelli (lingue slave), cugini dimenticati (osseto), orfani (rumeno e altre lingue balcaniche) e ragazzini che faticano a staccarsi dalla sottana della mamma (francese)”...

I neofiti e i non esperti di linguistica o di storia della lingua non si lascino scoraggiare all’idea di leggere l’ultimo saggio di Gaston Dorren, linguista e giornalista poliglotta (Dorren parla correntemente olandese, limburghese, inglese, tedesco, francese e spagnolo, e legge altre nove lingue). Il libro infatti ha tutte le caratteristiche di un’opera di divulgazione. I temi più sibillini vengono resi più accessibili attraverso immagini chiare e limpide, come con la similitudine della famiglia per spiegare le relazioni tra le lingue europee, oppure attraverso il richiamo al gioco del “telefono senza fili” per spiegare l’evoluzione delle diverse lingue storico-naturali a partire da un’unica lingua originaria. Ricco di aneddoti e curiosità, Le 60 lingue che uniscono l’Europa non è un monolitico e austero saggio di linguistica storica, ma ha l’aspetto di una miscellanea, soprattutto per quanto riguarda la varietà dei registri e degli stili con cui l’autore gioca per rendere il contenuto il più piacevole possibile. Così, il titolo del trentaseiesimo capitolo (“Dal nostro corrispondente a Vašingtona”) fa il verso alla frase d’attacco dei servizi dei corrispondenti esteri per parlare dell’usanza lettone di adattare anche graficamente i nomi di città e personaggi stranieri (Vašingtona sta per Washington), mentre uno dei capitoli finali è redatto sotto forma di dialogo, con la personificazione della lingua magiara che si reca da uno specialista, il quale le prescrive “un consulto con la clinica di linguistica storica e uno con quella di linguistica comparata”. Leggendo questo libro, sono molti i retroscena che verranno svelati al lettore. Cosa accomuna i cognomi Smith, Kowalski e Ferrero? Perché l’armeno può essere considerato l’ornitorinco delle lingue indoeuropee? Cos’è il polari? Perché lo spagnolo suona come una mitraglietta? Qual è il legame tra la pratica dei soldati romani di “piegare le tende” per proseguire con la loro campagna militare, con l’idea di partire e poi con il Portogallo? Per dare una risposta a tutte queste domande e curiosità, non resta che leggere le pagine di Dorren, divulgatore dalla penna frizzante e coinvolgente.



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