Maat

Maat

Protetto dalle tenebre, il traditore segue a qualche metro di distanza Paneb l’Ardente. Quest’ultimo si è trattenuto insieme allo Scriba della Tomba ben oltre la fine del consiglio e la motivazione può essere una sola: ha portato con sé la Pietra di Luce. Ormai da mesi lui – il malocchio, come lo hanno ribattezzato al villaggio - ha uno scopo solo: impadronirsi della Pietra ed essere ricompensato dal generale Mehy, l’uomo più potente di Tebe. Gli ha promesso ricchezze in quantità e riconoscimento del suo valore, in cambio della distruzione del Luogo della Verità. Non ha esitato un attimo ad accettare. Nonostante quel piccolo villaggio sito poco distante dalla Valle dei Re e delle Regine sia stata la sua casa per tutta la vita, non sente alcun legame fraterno con quel luogo, reo di non aver riconosciuto il suo potenziale. Dopo l’assassinio di Nefer il Silenzioso, una speranza fugace lo ha attraversato: forse lo avrebbero eletto come caposquadra, riconoscendolo finalmente per il suo valore. E invece, quel posto è andato a quell’incompetente di Paneb, sancendo definitivamente la rottura tra lui e il Luogo della Verità. Con più acredine e cattiveria di prima si è rimesso alla ricerca della Pietra di Luce, l’unica cosa in grado di suggellare il suo trionfo. Perché con essa nulla è in grado di distruggere quel posto: né gli assassini, né i continui attacchi che lui orchestrati insieme a Mehy. Quella maledetta Pietra assicura la sopravvivenza di quel Luogo. Ormai vicinissimo a Paneb, cerca di mantenersi lucido per stordire soltanto il colosso senza ucciderlo; eppure, mentre è a un passo dal calare la mano sulla nuca del caposquadra, qualcosa lo ferma: c’è troppa calma per essere una serata di inizio maggio e soprattutto Nero, il gatto, e Bestiaccia, l’oca del villaggio, non ci sono. Quei due animali non lasciano mai Paneb, meno che mai quando deve spostarsi a così tarda notte...

Scritto e pubblicato più di venti anni orsono (nel 2000), Maat è l’ultimo e quarto libro della saga La Pietra di Luce dello scrittore francese Christian Jacq. Prendendo il nome dalla dea egizia Maat, personificazione dell’equilibrio, dell’armonia, della moralità e della legge nonché dea preposta alla misurazione del cuore dei defunti, sede dell’anima secondo le credenze dell’Antico Egitto, lo scrittore francese ci riporta in uno dei luoghi a lui più caro: l’Egitto dell’Antico Regno. Fulcro di quasi tutta la produzione di Jacq è infatti l’antico Egitto, del quale egli si innamorò ad appena 13 anni, consacrandogli poi tutta la vita adulta tanto da ottenere anche un dottorato alla Sorbonne che gli è valso il titolo di egittologo. Insieme alla moglie ha fondato l’Istituto Ramses (dal nome del faraone Ramses II, per il quale lo scrittore ha sempre dichiarato una certa predilezione) allo scopo di creare un archivio fotografico dedicato esclusivamente agli scavi di reperti risalenti all’Antico Egitto. È in questo periodo storico che si svolge la storia di Paneb l’Ardente, colosso dal temperamento impulsivo che dopo l’assassinio del suo padre spirituale Nefer il Silenzioso è chiamato a porsi alla guida del Luogo della Verità, villaggio di artigiani a cui è richiesto il delicato compito di costruire le dimore imperiali per l’aldilà. Un mistero in piena regola e che contiene tutti gli elementi per essere considerato un giallo. Le informazioni precise e puntuali sui costumi e i cibi, nonché sul complesso mondo dei rituali sacri di questa affascinante civiltà, di cui la narrazione è piena, non sopperiscono, però, a una certa mancanza di originalità nella storia: gli ostacoli e le disavventure che hanno come protagonista Paneb si ripetono sempre con lo stesso schema, diventando poi abbastanza prevedibili da parte del lettore. Una ripetitività che caratterizza anche i personaggi che gravitano intorno a quelli principali: privi di una reale caratterizzazione, rischiano facilmente di essere confusi tra loro, rimanendo distinguibili solo in base ai loro nomi propri. A restare intatto, invece, il grande talento di Jacq nel far rivivere su carta gli antichi splendori di una civiltà così affascinante come quella dell’Antico Egitto, facendoci rimpiangere ancora una volta la scelta di non esser diventati egittologi noi stessi.



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