Microfictions

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Aglaé nasce con una tara intellettiva che i suoi ricchi genitori faticano ad accettare fino a quando la figlia, ormai adulta, non si innamora di un giovane politico e questi accetta di sposarla per sfruttare mediaticamente l’unione con un’invalida… Una donna abbandona senza remore il marito e i tre figli, la primogenita tenta più volte il suicidio, fino a riuscirvi, e i superstiti si promettono di apprezzare più a fondo la vita… Una coppia sposata e indigente rifiuta sdegnata l’indennizzo proposto dall’assicurazione dell’auto che ha investito e ucciso il loro unico figlio, ma cambia idea alla prima minaccia di sfratto… Un quarantasettenne, consapevole dell’inutilità della propria vita, riceve numerosi libri in eredità, comincia a leggere, capisce che potrebbe scrivere un romanzo di successo, lo scrive e lo manda all’editore, ma il libro nemmeno arriva a destinazione, e l’uomo, che non ne aveva altre copie, si chiede se non sia tardi per trovare una moglie e procreare… Quando l’undicenne Jules scompare nel nulla i genitori vengono indagati, arrestati e massacrati dai media, per poi capire, soltanto in carcere, che entrambi aspettano la libertà per uccidere l’altro e con lui la verità… Marito e moglie, sposati da settant’anni, si amano come il primo giorno e attendono la morte sorseggiando vino e raccontandosi di essere eterni… Un onanista viene ricattato da un’adescatrice contattata su internet, dà fondo ai beni di famiglia e, quando un video compromettente viene reso pubblico, scappa in provincia per pianificare il suicidio…

Un racconto non è un romanzo in miniatura, poiché rispetta logiche e tempi diversi, ha limiti e vantaggi, e si riallaccia (o almeno dovrebbe) a una genealogia tutta sua; lo stesso può dirsi per la forma del micro-racconto, che ha una storia meno nota ma più coerente. Per quanto riguarda la lunghezza, si va dalla flash fiction, il cui esempio più famoso è Il dinosauro (1959) di Monterroso (“Quando si svegliò, il dinosauro era ancora lì”), ai Delitti esemplari (1960) di Max Aub (“Lo uccisi perché non la pensava come me”, ma altri lunghi anche 2000 battute), dagli Eventi (1969) di Bernhard ai Racconti in un palmo di mano (1920-1972) di Kawabata; questa forma, diffusa tra gli autori latinoamericani, è stata praticata spesso anche in Italia (Manganelli, Buzzati, Flaiano e più recentemente Baroncelli e Santoni) e soprattutto in Francia, dove ha toccato una delle sue vette più alte con Régis Jauffret. Va premesso che il microracconto, per sua natura, ha alcune affinità con altre due forme, quella del frammento filosofico e quella della cronaca nera: ecco perché spesso si produce in volate implacabili e lapidarie su esistenze infelici. Ed è questo, in linea di massima, l’esito di un’alta percentuale dei 501 racconti di Microfictions (2007), vincitore del Premio Goncourt e capolavoro del genere. Com’è inevitabile in una raccolta così cospicua, non tutti gli episodi sono ugualmente riusciti, e anche i migliori, se estrapolati, non possono rappresentare da soli il valore e la piacevolezza dell’opera nel suo insieme; la percentuale di episodi appaganti in sé è comunque sorprendentemente elevata. Rispetto ai casi citati, l’opera propone una minima oscillazione della lunghezza dei pezzi (tra le 1800 e le 3000 battute) e un’inquietante ricorrenza di ossessioni e dinamiche (interrotta solo di rado da episodi atipici o persino agrodolci, come nel caso di Branchi di orsi). Sono frequenti affermazioni virgolettate che evocano una confessione da interrogatorio, il ricordo di un morto o gli epitaffi in prima persona dell’Antologia di Spoon River. La morte la fa da padrona, seguita dalla meschinità e dall’antinatalismo; altrettanto importante è il sesso, concepito come pulsione sana e legittima ma rappresentato attraverso il disgusto, la perversione o la frenesia (si veda l’impeccabile Candy Crush Saga). Jauffret domina la sua tecnica, in particolar modo le accelerazioni temporali: “Quella cazzo di pillola. Aveva deciso di non abortire. Avevamo bisogno di una camera per il bambino. Poi ne sono arrivati altri due”; “Ho partorito due figli. A settant’anni sono tre volte nonna”; “La mia figlia maggiore non si è mai ripresa dalla perdita di sua madre. Ha tentato più volte il suicidio. Il 14 gennaio 2017 si è buttata nell’acqua del porto. “Morte da idrocuzione”». Anche se il ricorso alla paratassi può richiamare un certo minimalismo, un riferimento letterario più calzante potrebbero essere i “poemetti in prosa” dello Spleen di Parigi di Baudelaire; la letterarietà della prosa certosina di Jauffret sta anche nell’abile modulazione della velocità narrativa, nonché in una coesa visione nichilistica somministrata al lettore con garbata insistenza: “La vita era un supplizio tale da consentire di considerare tutti i genitori come violenti. Non c’era nessun bisogno di picchiarli o affamarli, la nascita era già di per sé una violenza”. L’ordine dei racconti è alfabetico e pertanto aleatorio: ogni lettore può inventarsi un percorso tutto suo e personalizzare l’opera. Microfictions è un’esperienza di lettura unica e può trasformarsi, soprattutto nell’epoca della virtualizzazione dei rapporti, in una pratica quotidiana ideale per ricordarci che al mondo siamo miliardi, ognuno coi suoi drammi, tutti fondamentali per pochi altri ma comunque irrilevanti agli occhi dell’universo.



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