Non mi toccare

Bologna, 2004. Il giorno del suo compleanno, il 20 maggio, è proprio una giornata di merda, scappata di casa ancora una volta dopo le botte del compagno. I segni sugli zigomi rimarranno, come il gesso, ma solo per un mese. Seduta in macchina, Giulia cerca di dormire pensando all’indomani. Tornerà a casa, il bastardo sarà andato via, e allora potrà vestirsi carina, truccarsi e andare a lago con Carla a festeggiare. Poi d’un tratto la violenza, fisica e sessuale. Capelli tirati, cazzotti in faccia e sullo stomaco, mani sulla bocca, stesa sul cofano, immobilizzata. Rimane senza respiro, sviene, poi torna. Gli lacerano la vagina con una bottiglia rotta. Sta annegando nel suo sangue. Intorno solo un puzzo di piscio e liquore. È Davìd a soccorrerla e a prendersi cura di lei, dopo averla portata in ospedale. Ma forse c’è solo un modo per non sentire più dolori e odori, per non avere più occhi da ricordare. Giulia, la mezza donna senza faccia, pensa al suicidio, ma il padre, ignaro di tutto, morirebbe anche lui. Gli incubi la perseguitano per anni. I fidanzati fissi li sceglie solo se hanno un sonno talmente pesante da non accorgersi di lei durante la notte. La sua terapia, la ricerca per non sentirsi più bloccata all’inferno e guarire, è incontrare sconosciuti, fare sesso violento con loro, rivivere quei momenti di violenza e terrore. Poi il 21 marzo del 2018 il pranzo in una taverna, Turbine, con l’uomo che diventerà suo marito, l’amore della vita. È quel giorno che Giulia smette di uccidersi e nasce di nuovo, fino a tornare ad essere il fiocco di neve di cui parlava la nonna…

“Serve un bagliore, una luce, un cane, un figlio, un amore che ti faccia galleggiare e renda ciò che resta di te un bellissimo fiocco di neve”. È ciò che accade a Giulia Cormons, pseudonimo con cui l’autrice di Non mi toccare racconta del trauma di una violenza sessuale subita ad opera di due sconosciuti. L’aspetto che colpisce di più nella lettura è senza dubbio la prosa diretta, sessualmente molto esplicita (in alcuni passaggi forse eccessivamente), con cui vengono descritte le violenze subite la sera del suo compleanno nel 2004 e i rapporti occasionali terapeutici con gli uomini che incontra in strada. Non ci sono sottintesi. Il connubio tra questa scelta stilistica e l’utilizzo frequente del procedimento sintattico della paratassi centra il bersaglio della rappresentazione della realtà in modo immediato. Nel libro sono descritti gli atti di violenza, gli anni impiegati per uscire dal buio maledetto che l’aveva avvolta quindici anni prima. Molte le pagine dedicate alla descrizione del dolore fisico, del trauma psicologico, degli incubi notturni che l’hanno perseguitata per lunghissimo tempo. A livello di struttura del testo, si alternano capitoli in cui si racconta l’inferno del passato ad altri in cui si scrive della rinascita, dell’incontro “del suo uomo potente, del suo amore gigante”, in cui si narra di speranza. Utilizzando la tecnica della retrospezione, viene rievocata la violenza già consumata rispetto alla narrazione del tempo presente. Da segnalare la riflessione intorno allo stupro, un concetto che l’autrice riesce a comprendere, pur condannandolo ovviamente, rispetto all’atto di picchiare e di uccidere per trattenere, che non riesce invece a concepire. Altro spunto di riflessione concerne l’origine della violenza, dell’abuso sessuale: mancanza di intelligenza, di valori, o problema culturale? Per approcciare alla lettura di questo libro occorre una giusta predisposizione, benché, da ultimo, emerga come sia possibile rinascere dalla morte dell’anima. Ma la verità è che “senza un amore si rimane a morire”.

 


 

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