Non volare via

Non volare via

Camilla apre il portone di casa, mette la testa fuori, dichiara che la via è sgombra, aspetta che anche Alberto sia uscito, chiude il portone e gli si butta tra le braccia. Alberto la stringe con forza e la bacia, mentre dentro di sé sente dissolversi tutti i dubbi che lo hanno impensierito negli ultimi tempi. Lui ama Camilla, la ama davvero. Poi, in un istante, tutto precipita. Sente una voce, una voce che conosce molto bene e che lo sta chiamando: sua figlia maggiore Alice – la stessa ragazza che, a casa, è bravissima nell’aiutare i genitori a gestire Matteo, il fratellino nato sordo –, sedici anni, viso troppo truccato, gambe divaricate e un cono gelato che le sta scivolando dalle mani, è di fronte a lui e lo sta osservando con gli occhi sgranati e la bocca spalancata. La donna che suo padre sta baciando non è la mamma, non è Sandra. In un attimo Alice si allontana, fugge talmente forte dalla vista del padre che Alberto, per un attimo, spera di aver immaginato tutto. Ma non è così. Alice lo ha cercato in ufficio – spiega Greta appena l’uomo sale sperando di trovarla lì – e, non trovandolo, lo ha aspettato un po’, poi ha comunicato a Greta che sarebbe andata a prendere un gelato e sarebbe tornata più tardi. E ora? Alberto prende il cellulare e compone il numero della figlia, ma scatta la segreteria. Le lascia un messaggio, chiede di essere richiamato, devono parlare di ciò che è appena accaduto, lui vuole spiegarle ogni cosa. Poi, tra ansia e sconforto, continua a guardare lo schermo del cellulare tentando, allo stesso tempo, di inventare una scusa, pur sapendo di non avere alcuna possibilità di risultare verosimile. E all’improvviso il suo telefono squilla e il nome di sua moglie lampeggia sul display. La voce di Sandra è tesissima: Alice è sparita. Non è andata alla lezione di tennis ed è irraggiungibile al cellulare. Ha già chiamato tutte le sue amiche, ma nessuna l’ha più vista dall’uscita della scuola. Sandra vuole avvisare la polizia. Alberto cerca di tranquillizzarla, cerca di prendere tempo, ancora non ha deciso come muoversi per cercare di limitare al massimo i danni di quella bomba che, lo sa molto bene, sta per esplodere in casa sua…

Fuggire dalle proprie responsabilità. Volare via, abbandonare quel nido costruito con tanta fiducia – un nido pieno di sogni, di progetti, di obiettivi condivisi da raggiungere – diventato improvvisamente troppo stretto e capace di offrire soltanto un senso di claustrofobia che impedisce di definire i contorni dei propri desideri. Questo è quanto accade all’interno di una famiglia come tante, un nucleo formato da un padre spaventato, una madre fin troppo concentrata nel suo ruolo di perno della famiglia, una figlia maggiore testarda e, forse, cresciuta troppo in fretta, e un figlio minore, disabile, acuto osservatore e dolcissimo. Una famiglia dall’apparenza perfetta, che rischia di sgretolarsi in un attimo e di perdersi a causa di un amore passato, e mai completamente metabolizzato, che si ripresenta – con la sua promessa di libertà, sfacciataggine e leggerezza – determinato a superare ogni barriera e a riappropriarsi del proprio spazio. Come in una vera e propria partita di scacchi, il Re, il pezzo della scacchiera che andrebbe protetto sempre e comunque, pena una sconfitta certa, è in difficoltà – ha tradito la moglie, ha deluso la figlia, ha dimenticato le necessità contingenti del figlio – e, inaspettatamente, l’unico che potrà fornire una nuova chance per la vittoria della partita sarà l’elemento apparentemente più debole della scacchiera, il pedone, il figlio più piccolo e più indifeso, quello che il destino ha consegnato al mondo dell’ipoacusia. Sara Rattaro, con la delicatezza che le è propria, affronta, senza essere né cattedratica né giudicante, il tema della disabilità e del suo impatto sulle dinamiche familiari; racconta di fragilità e di capacità di perdonare; parla di amore, quell’amore che si sceglie e a cui ci si aggrappa, quell’amore che impara a resistere a tutto, anche alla voglia di volare lontano dalle proprie responsabilità; ricorda, con garbo e fermezza, che “per essere straordinari non è necessario essere perfetti”.



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