Northanger Abbey

Da bambina, Catherine Morland era brutta, poco femminile, e non troppo arguta. Infatti, “nessuno che l’avesse conosciuta nella sua infanzia, avrebbe mai immaginato che fosse nata per essere un’eroina”. Tutta la sua famiglia era composta da persone brutte e poco interessanti, nessuno che avesse neanche un barlume di fascino o di eroismo. Lei, dal canto suo, sembrava superarli tutti: “aveva una figura esile e goffa, una pelle giallastra e scolorita, capelli scuri e lisci e lineamenti marcati”. Ma, oltre al suo aspetto fisico, anche la sua mente pareva quasi destare allarme: era un maschiaccio che preferiva il cricket alle bambole e che “non riusciva a imparare o a capire alcunché prima che le venisse insegnato, e a volte neanche dopo, poiché era spesso distratta e occasionalmente ottusa”. A quindici anni, tuttavia, qualcosa iniziò a cambiare: “cominciò ad arricciarsi i capelli e a spasimare per i balli; la carnagione migliorò, i lineamenti si ammorbidirono, quando ingrassò un po' e si fece più colorita gli occhi acquistarono più vivacità, e la figura più rilievo”. Spesso infatti veniva considerata “quasi graziosa” e apparire “quasi graziosa” è un “complimento che dà molta più gioia a una ragazza che era stata brutta per i primi quindici anni della sua vita, rispetto a qualsiasi altro ne possa ricevere chi è stata bella fin dalla culla”. Catherine diventa così un’adolescente non troppo brillante ma capace di sostenere il confronto con la società del tempo. Inizia a leggere con estrema voracità i romanzi gotici, nutrendo una predilezione per I misteri di Udolpho di Ann Radcliff, e si immerge totalmente in quelle storie macabre e misteriose, vivendole spesso in prima persona e assaporandone ogni emozione e ogni brivido. In seguito, viene invitata dai ricchi vicini Allen a trascorrere la stagione invernale a Bath, dove inizia a partecipare ai balli, agli eventi mondani e alle rappresentazioni teatrali. Conosce Henry Tilney con il quale instaura subito un dialogo e se ne infatua. Viene infine invitata dalla famiglia di lui a passare del tempo nella goticissima abbazia di Northanger. Eccitata e impaziente, inizia a visualizzare le trame dei suoi romanzi prediletti, e si aspetta finalmente di trovare, nella realtà, tutti quei misteri che aveva letto in quei libri, i passaggi segreti, le scale tortuose, le cantine serrate e colme di storie oscure e arcane…

Inizialmente intitolato Susan, Northanger Abbey è essenzialmente una pungente parodia del romanzo gotico e del romanzo sentimentale, una parodia che Jane Austen costruisce attraverso le tecniche narrative – decisamente moderne – dell’anticipazione e della frustrante e comica disillusione, in un’alternanza di climax e anticlimax che tiene sempre i lettori in allerta. Fu scritto a Steventon tra il 1798 e il 1799, e dunque è il primo romanzo che Jane Austen portò a termine. Fu poi e corretto e rimaneggiato tra il 1802 e il 1803, quando la famiglia della scrittrice si era spostata a Bath. Ciononostante, è stato l’ultimo romanzo ad essere pubblicato, nel 1817. Il manoscritto fu infatti venduto all’editore Richard Crosby (per dieci sterline) nel 1803, ma questi decise di non pubblicarlo. Le motivazioni di questa scelta non sono affatto chiare, ma è più che plausibile ipotizzare che, secondo l’editore, i lettori del tempo non fossero pronti a ricevere un romanzo che parodiava in maniera così satirica e tagliente le convenzioni letterarie del tempo e il gusto dominante per i romanzi gotici e sentimentali. Questa è infatti la caratteristica principale del libro, ossia il suo farsi portavoce di una necessità di cambiamento, di una volontà di non essere ingabbiati in canoni predefiniti e inscalfibili, di un desiderio seppur acerbo dell’autrice di cercare qualcos’altro nelle psicologie dei personaggi. Ma il romanzo non è solo una parodia dei suddetti generi: la parodia è infatti soltanto un mezzo che permette ad Austen di sviscerare molti dei temi a lei cari e, soprattutto, di riflettere in profondità circa il rapporto tra realtà e finzione. La protagonista, un’antieroina che, attraverso la sua formazione e le sue esperienze, subisce una trasformazione, legge tantissima letteratura ma, allo stesso tempo, è inizialmente incapace di “leggere” le persone intorno a lei. Oppure spesso confonde la realtà con l’immaginazione e sovrappone i due piani in maniera goffa (e divertentissima per chi legge). Ma questo fornisce a Jane Austen la possibilità di scandagliare, in maniera davvero meta-letteraria e, potremmo dire, post-moderna ante-litteram, il rapporto che intercorre tra realtà fenomenica e realtà testuale. Si crea così un processo narrativo in cui i lettori sono direttamente chiamati a seguire e a “riempire” la trama durante i suoi altalenanti snodi narrativi. La narrazione interna semi-gotica e semi-comica del periodo all’abbazia si inserisce, infatti, nella struttura del tipico romanzo “domestico”: una “storia nella storia” che rappresenta senza dubbio un’altra caratteristica squisitamente postmoderna e, per il tempo, rivoluzionaria. Ma il libro è anche un esempio di romanzo di formazione e, dunque, Jane Austen raggiunge un’ibridazione dei generi che non è altro che quello che i post-moderni chiameranno “pastiche” o “intertestualità”, utilizzandone appieno il potenziale. Il linguaggio letterario di Austen, anche in questo caso, è cristallino e arguto, dotato di una precisione lessicale e sintattica che sorprende ogni volta che lo si legge. Se, da un lato, Catherine vede la realtà dei romanzi nella realtà vera, dall’altro, e parallelamente, il suo muoversi e crescere nella realtà fittizia creata da Jane Austen appare a noi lettori come estremamente vivido e realistico, forse più reale della realtà, come già argomentava Virginia Woolf nel saggio che dedicò alla “crudezza” di Jane Austen: “d’un tratto i nostri sensi si acuiscono; ci pervade quella peculiare intensità che solo lei sa infondere […] Nessuna tragedia, nessun eroismo. Eppure, per qualche strana ragione e nonostante la sua superficiale solennità, le scene ci toccano in maniera sorprendente”. Jane Austen, secondo Woolf, possedeva infatti “la maestria di raggiungere un’emozione molto più profonda di ciò che lascia apparire in superficie” e soprattutto, come avviene anche in questo romanzo giovanile, essa “ci invita a colmare i vuoti di ciò che non viene espresso. Pare offrirci delle bazzecole, le quali però si compongono in qualcosa che si espande nella mente del lettore, e investe di vita durevole scene all’apparenza triviali”. Il miracolo della vita “durevole” di cui scrive Woolf avviene anche in questo romanzo (paradossalmente considerato “minore”) in cui i molti temi affrontati hanno senza dubbio la capacità di crescere nella mente dei lettori e di non abbandonarli troppo facilmente. Tra questi temi, vanno almeno ricordati il trattamento simbolico del tempo e degli orologi (che sarà alla base della riflessione filosofica del 900), il quale va di pari passo con quello delle differenze di genere. Lungi dall’essere una scrittrice “romantica” come spesso viene ancora descritta, o una “zitella tutta smorfie e smancerie” (queste le parole usate da Virginia Woolf per criticare chi concepiva Austen in questo modo), anche in questo romanzo il tema del rapporto tra maschile e femminile ci offre spunti di riflessione incredibilmente (tristemente?) attuali. Ad un certo punto, ad esempio, Catherine riflette sulla “storia” e le sue parole rivelano i motivi per cui Jane Austen può essere considerata – anche – una intellettuale proto-femminista: “Quanto allo storia vera e propria, la storia seria e solenne, non riesco a trovarla interessante…ad ogni pagina litigi di papi ed imperatori, guerre e pestilenze. Gli uomini in genere sono dei buoni a nulla e le donne, praticamente, non ci sono mai: è una noia terribile”.



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