Panta rei

Panta rei
Chi vorremmo incontrare per caso per la strada, o addirittura nei nostri sogni? Il capitano della squadra del cuore? Il Presidente del Consiglio? L’ultimo premio Nobel? Il cantante del momento? Tutte risposte plausibili. Qui il visitatore, invece, è una figura abbastanza fuori dall’ordinario: un filosofo (ebbene sì!) presocratico (anche questo!). Solo a Luciano De Crescenzo poteva capitare. I presocratici: tipicamente il titolo del primo capitolo del manuale di filosofia del liceo, un gruppo di inimmaginabili figuri che occupavano lo spazio tra la nascita del pensiero speculativo e Socrate, l’anno zero della filosofia. Chi se li ricorda? Talete, Anassimandro, Anassimene, poi Parmenide ed Eraclito. Uno concentrato sulla staticità, l’unicità, l’altro passato sinteticamente alla storia come quello del panta rei, tutto scorre. Non è quindi un caso che al quasi attempato De Crescenzo, appassionato di filosofia improvvisamente scopertosi invecchiato, si proponga l’incontro onirico con questo criptico e scorbutico signore. Ad onore del vero, l’Oscuro non ha fatto pervenire ai posteri che una mucchietto di frammenti di pensieri, datati quasi seicento anni prima di Cristo, difficili da comprendere in modo assoluto e ancor più difficili da concatenare tra loro. Tipo le foglie della Sibilla. Ecco la sfida di De Crescenzo: provare a trovare il collegamento, ricostruire grazie ai frammenti l’intera costellazione ideologica di questo ateo, ma mistico, cultore del Logos. La guerra tra gli opposti che mai riposano, anzi trovano proprio nel conflitto la loro ragione di essere, la potenza di Polemos, l’impossibile immobilità della natura: astrazioni che Eraclito tenta di spiegare a Luciano, con il consueto piglio sintetico e duro dei frammenti arrivati fino a noi. Poi, in barba alla sua “oscurità” divenuta proverbiale, scopriamo che il filosofo ha una sua opinione su tutto: sul Logos, il finalismo che regola il mondo all’interno della sua perenne mobilità, sulla politica, intesa nel senso più moderno del termine, sull’amore, insomma su tutti i temi importanti della vita di un uomo... 
In questo bel viaggio trova posto anche il disappunto del filosofo per essersi ritrovato parcheggiato nel Limbo, un piatto di spaghetti al pomodoro, l’immancabile atmosfera campana (qui rappresentata dalla Costiera), un talk show tra filosofi presocratici. Ci si trova di fronte, insomma, ad un’opera che raccoglie e mette in bella mostra gli aspetti salienti del pensiero e dell’arte di De Crescenzo:  l’amore per la filosofia, la convinzione che di filosofia si possa parlare comunemente, i riferimenti alla Campania, l’istrionismo e la teatralità dei personaggi letterari. Certo, asservire lo stile sempre vivo e colorito di De Crescenzo ad un personaggio spinoso come Eraclito è una scelta rischiosa, ma anche al lettore che non ha avuto un bel rapporto col suo manuale di filosofia del liceo arriva forte un messaggio di straordinaria modernità: “Sisifo, e di questo sono sicuro, era felicissimo quando vedeva il masso cadere a valle. Era la condizione indispensabile per ricominciare tutto da capo. Il desiderio, finché ha la fortuna di restare inappagato, rende la vita degna di essere vissuta”.

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