Phi

Phi

Can Manay, grazie alla sua trasmissione di psicologia divulgativa che è sempre ai vertici di ascolto, ha tutto: potere, soldi, successo, donne. È quello che ha sempre voluto e ha dato tutto se stesso, corpo e anima per ottenerlo, anche scendendo a compromessi; Can Manay sembra non avere rimpianti né rimorsi. D’altra parte la vita è così, secondo la sua logica: un dare e avere, un continuo scambio di favori e interessi; chi non si adegua a questo standard cercando ideali irrealizzabili, sogni romantici, finisce male...finisce per andare in cura da Can. Mentre sta recandosi a vedere una nuova casa, lo psicologo discute con il suo autista Ali, fidato e forse suo unico vero amico, proprio del fatto che i personaggi televisivi come lui siano le nuove divinità del mondo odierno. Giunto alla villa in vendita, trovata dal suo assistente Kaya, Can rimane folgorato. Non per la casa in sé dato che, in effetti, non è abbastanza isolata da quelle dei vicini e non rappresenta la perfezione che lui ricerca in ogni cosa che lo circonda; Can è travolto dalla musica che proviene dal giardino accanto...e da una ragazza intenta a ballare, una ragazza dalla pelle chiara, i capelli lunghi, la gamba tesa in una posizione perfetta, in un’armonia dei movimenti, con un corpo affusolato ma solido, snodato e fermo...Can capisce che deve possedere quella ragazza. Lei è Duru, una giovanissima ballerina che convive con un carismatico musicista di nome Deniz, per certi versi proprio l’opposto di Can...

Partiamo dal titolo. Che cos’è il phi? Il phi, la ventunesima lettera greca, rappresenta fin dai tempi antichi la proporzione della perfezione. È un numero irrazionale -1,6180339887...- utilizzato soprattutto nell’architettura e nell’arte proprio per creare un senso di armonia fra le parti. È la sezione aurea (o proporzione divina) e pare derivi da Fidia (è detta, infatti, anche costante di Fidia), scultore greco (490 a.C.- 430 a.C., circa) che utilizzò spesso questa misura nelle sue opere. Chi ricerca il phi, ricerca la perfezione e, molto banalmente, se cercate il numero in questione in Internet vi si aprirà un mondo. Can Manay, protagonista assoluto di questo primo volume (è una trilogia!), è ossessionato dal phi e lo ricerca ovunque e per lo più lo ottiene grazie alle sue abilità manipolatorie, al suo potere, al suo carisma, ai suoi occhi ferini, alla criniera nera che contorna il suo viso dal sorriso stampato, magnetico, intraprendente. Can Manay ha un aspetto irresistibile, eppure qualcosa ci sfugge, qualcosa inquieta, ed è questo il bello del romanzo: tutti i personaggi, ben definiti, hanno delle ombre che incombono su di loro o in loro. Nonostante rappresentino tipi, archetipi quasi, tuttavia sembra che nessuno si salvi, che ognuno cammini sempre su un filo molto sottile e ondeggiante tra bene e male, che ognuno fatichi, ognuno tentenni e ciò rende molto curioso il lettore. L’autrice è una psicologa cognitiva comportamentale turca e dalle notevoli abilità di scrittura e i suoi studi e la sua professione si vedono, eccome, e trapelano ad ogni pagina. Io dico che non mollerete il romanzo fino alla fine, che vi affezionerete come non mai ai personaggi e troverete il vostro preferito. È un romanzo di introspezione, ma con un ritmo veloce, riflessivo ma senza un attimo di noia. Io dico che non vedo l’ora di leggere il sequel.

 


 

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