Quello che ti dirò

Quello che ti dirò

Sono quasi le otto di sera. Dentro una vasca, a Lezzeno, Izan osserva con attenzione il lago di Como; quello specchio d’acqua così bello potrebbe anche straripare da un momento all’altro, dato che la pioggia cade copiosa ormai da giorni. Come al solito, il lago porta con sé una strana forza: è come se attirasse i demoni e i tormenti dell’essere umano, come se le sue acque fossero la sommatoria di una miriade di lacrime. Un posto perfetto insomma per liberarsi dal dolore, ed è proprio quello che Izan vuole provare a fare, mentre ascolta in loop il brano Meraviglioso di Modugno e si accinge ad imbastire quello che sarà il suo romanzo. Izan ha quarant’anni, è un dottore in epigenetica - una sorta di analista del DNA - ed è sordo dall’età di tredici anni; ha perso suo padre solo sei mesi prima proprio lì, a Lezzeno, e si sente completamente svuotato, destabilizzato. Il romanzo di Izan parlerà di un padre imperfetto che non ha mai accettato del tutto la disabilità del figlio, rifiutandosi di comunicare con lui attraverso la lingua dei segni; parlerà di un uomo infedele che è stato abbandonato e poi ripreso un’infinità di volte da una moglie esasperata che, tutto sommato, non poteva fare a meno di lui. Di un uomo assente per la propria famiglia a beneficio di altre famiglie: quelle dei bambini scomparsi che lui, per lavoro, doveva cercare. I “bambini smarriti” - come era solito chiamarli - che erano il suo mondo, la sua priorità, la sua ossessione. I loro volti tappezzavano l’intera parete di una stanza. Li ritrovava quasi sempre e, anche a distanza di anni, li teneva d’occhio da lontano, per accertarsi che crescessero sereni nonostante la terribile esperienza subita. Il padre di Izan era già in pensione quando, sei mesi prima, era arrivata quella strana lettera proveniente da Como: una ragazzina di tredici anni, Catherina, abusata dal fratello; un grido di soccorso lanciato direttamente dalla vittima. Un particolare insolito questo, che aveva ridestato l’interesse dell’uomo: da un pezzo ormai non dava più peso né ai genitori, né ai poliziotti che reclamavano il suo talento per risolvere casi impossibili. Ma suo padre era vecchio e malato, e Izan non poteva lasciarlo andare a Como da solo; inoltre, accompagnarlo in questa sua ultima ricerca, poteva essere un modo per conoscerlo più a fondo, per carpire almeno in parte il mistero che sembrava legare a doppio filo suo padre e quei bambini...

Non si è mai abbastanza preparati a subire la perdita di una persona cara, soprattutto se si tratta di un genitore. La mancanza di una madre o di un padre - che nel nostro immaginario di figli sono figure immortali - è come un pezzetto che si stacca dal resto di noi: quel pezzetto fondamentale che ci identifica, e che ci tiene in equilibrio. E così si va di nuovo in cerca si sé stessi, mentre il cuore fa male, e il rimpianto frantuma la mente a mo' di tarlo: quanto tempo perso a litigare, a giudicare, a tenere il muso, a contraddirsi per il solo gusto di averla vinta. E quanto poco, invece, dedicato a dirsi semplicemente, “ti voglio bene”. E in questo stato d’animo che troviamo Izan, protagonista e voce narrante del romanzo alle prese con una lunga e difficile elaborazione del lutto, che sin dalle prime righe cerca di risucchiare il lettore dentro al suo vortice emozionale, tentando di stabilire con lui un rapporto intimo e diretto. La sua voce è pacata, confidenziale, mentre in un continuo andirivieni temporale racconta della sua disabilità, delle sue difficoltà a stabilire legami sentimentali, del suicidio di sua madre in seguito alla diagnosi di un cancro; di quei rari momenti della sua vita in cui suo padre lo ha messo al primo posto, relegando momentaneamente ai margini quei bambini smarriti che erano così importanti per lui. Eppure, nonostante l’utilizzo della prima persona al tempo presente (una formula particolare che, diciamolo, non calza a pennello a tutti i romanzi), il tentativo di coinvolgimento risulta quasi straniante: il lungo monologo di Izan è disarticolato; concetti, pensieri, ricordi, si affacciano nella sua mente senza seguire un filo logico. Il fatto che il protagonista se ne scusi più volte fa pensare che sia un consapevole artificio dall’autore - forse per accentuare lo stato emotivo in cui versa Izan -, ma questo non attenua comunque la sensazione di fastidio. Poco azzeccato nella forma, il libro non è male nella sostanza; qualche buon colpo di scena aiuta il lettore a rimettere insieme i pezzi, e dà la possibilità al protagonista di comprendere e perdonare suo padre, un uomo la cui dura visione del mondo non ha potuto prescindere da un grande dolore tenuto a lungo celato. Quello che ti dirò è l’ultimo libro di Albert Espinosa, autore spagnolo conosciuto e stimato in patria e in tutto il mondo, grazie soprattutto al grande successo de Il mondo giallo, il suo libro d’esordio trasformato in seguito nella famosa fiction Braccialetti rossi; la morte, il bullismo, ma soprattutto la malattia e il dolore sono temi che Espinosa conosce molto bene, demoni con i quali l’autore ha dovuto combattere realmente in prima persona fin dalla giovane età.



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