Sex & Rage

Sex & Rage

Santa Monica, California. È qui che nasce Jacaranda Leven, da Mort e Mae Leven, i “classici tipi che chiamano la figlia Jacaranda”: trotskista e violinista per la Twentieth Century Fox lui, figlia illegittima dal “cupo accento del sud” lei. Vivono di fronte all’oceano e Jacaranda e sua sorella April crescono sulla spiaggia, abbronzate e col catrame sotto i piedi. L’unica cosa che interessa a Jacaranda è surfare. Lei crede nell’oceano, “gigantesco dio” che regala onde perfette. È fortunata, le dicono sempre, ha una vita bella e facile perché è cresciuta in California, le profetizzano un “muro di mattoni” contro cui, prima o poi, andrà a sbattere. E Jacaranda prima che questo accada vuole vedere il mondo, vuole diventare un’avventuriera, anzi una pittrice-avventuriera. Dopo gli studi si mantiene dipingendo tavole da surf nel garage dei suoi per venticinque dollari l’una. È giovane, esile, bella e abbronzata nei suoi calzoncini strappati, ha denti bianchi e perfetti e “ponfi da surf” sulle ginocchia. Si innamora di un insegnante di recitazione, Colman, irlandese di New York. Lui ha ventinove anni e lei diciotto. Va a vivere con lui e i suoi quattro gatti a West Hollywood. Colman non ama l’oceano, dorme durante il giorno e odia la luce di L.A. La fa ridere molto, ama vederla vestita di viola, le riserva pallide bugie. Arrivano gli anni Sessanta, la vita è “un interminabile rock n roll” e West Hollywood “una specie di città aperta, un porto all’incrocio di tutte le direzioni”, ritrovo di spacciatori, groupie, modelle, giovani squattrinati e camerieri-attori-sceneggiatori. Jacaranda trova un lavoretto e un piccolo appartamento tutto suo a West Hollywood. Inizia a frequentare le ville a Beverly Hills, i backstage dei concerti e i festival musicali tra acidi Sunshine, Southern Comfort, ricchi rampolli e “affascinanti diavoletti”...

Sex & Rage – uscito per la prima volta nel 1979 e ora riproposto da Bompiani in un’ottima traduzione di Tiziana Lo Porto – è la storia di Jacaranda Leven, surfista e scrittrice, bella, vitale, baciata dalla fortuna, e della sua giovinezza sopra le righe, vissuta tra spiagge dorate, party licenziosi e serate esclusive sulla “chiatta” che ospita il meglio del fatuo e sfavillante jet-set hollywoodiano. “I saggi non facevano che ripetere che uno raccoglie quello che semina e lei sapeva di aver seminato solo erbacce, ma i saggi sono noiosissimi e l’erbaccia scintillante”: è questa la massima che guida le azioni di Jacaranda e determina il suo ondeggiare inquieto, sempre sul ciglio dell’autodistruzione, attratta dal divertimento fine a se stesso, da relazioni sbagliate e amori non corrisposti. Così apparentemente decisa nel vivere le sue dissolute avventure quanto insicura, fragile, terrorizzata dalla delusione quando le pioverà letteralmente addosso l’occasione di dare una svolta alla propria vita pubblicando un libro, di riempire finalmente di senso quella splendida cornice che fino ad allora è stata e che comincia a mostrare i segni di una pericolosa fragilità. Una non-formazione, quella di Jacaranda, eccessiva, sospesa tra i piaceri fatui di un mondo patinato ed esclusivo e “l’azzurro assoluto” dell’oceano. Impossibile non parteggiare per Jacaranda e per la sua meravigliosa inconcludenza mentre la si osserva scivolare, aggraziata e spregiudicata, da una scelta discutibile all’altra, inciampare in troppi White Lady in un confuso desiderio di piacere, alla ricerca di una realizzazione duratura, reale, del punto di equilibrio sulla tavola arroventata dal sole. Impossibile non rimanere affascinati dalla vitalità e dalla sincerità che Eve Babitz riversa in questo memoir camuffato da romanzo: in ogni passo di Jacaranda, malgrado l’uso della terza persona, è facile riconoscere quelli dell’autrice di Los Angeles, protagonista e icona di quegli anni di piaceri, glamour e scintillante decadenza – nel libro è inserita giocosamente la celebre foto scattata da Julian Wasser nel 1963, che la ritrae nuda mentre gioca a scacchi con Duchamp. Si guarda indietro, Eve Babitz, che con la sua L.A. ha danzato, come da titolo, una danza “rabbiosa e sensuale”. Lo fa con onestà, ironia, disincanto e un pizzico di lirismo, mentre infonde nella storia di Jacaranda tutti i good and bad times di chi ha saputo cavarsela e uscire – più o meno – indenne da una vita davvero libera, goduta, attinta a piene mani.



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