Susanna

Una notizia letta sul giornale – la morte di Therese Rubin, settantadue anni – segna la fine della storia, proprio come la risposta ad un annuncio ne aveva segnato il principio undici anni prima. L’istitutrice, ormai “una vecchia [...] con i capelli che si fanno grigi, la fronte sciupata e le borse sotto gli occhi stanchi, ripensa al tempo passato con la giovane Susanna, affetta da nevrosi. La donna era stata ingaggiata dal tutore della ragazza, il consigliere giudiziario Fordon. Aveva viaggiato senza sosta attraverso la Germania, da Mörs verso est. Nella stazione del villaggio, sotto il vento e il nevischio taglienti, l’avevano accolta i tratti duri e i modi bruschi di Milda Morawe, la governante. Si erano dirette verso la dimora di Fordon e lì, di fronte ad una tazza di tè, avevano preso accordi. Così l’uomo aveva descritto la sua protetta: una bambina, buona e gentile, “è come se si trovasse in aperta campagna, sotto un cielo limpido e azzurro. Le nuvole che incombono sopra di noi non la opprimono. Le barriere che costringono e intralciano noi adulti per lei non esistono”. La sera stessa del suo arrivo l’istitutrice aveva conosciuto la ragazza. Un essere straordinario: bellissima, gli occhi scuri e dolci, la pelle color avorio, “tutto in lei era grazia e dolcezza”. Quella sera Susanna indossava un kimono di seta dalle ampie maniche. Le aveva fatte sventolare: erano “gabbiani argentati”. Aveva presentato all’istitutrice Zoe, il suo levriero bianco-argento. Negli occhi della creatura, aveva detto Susanna, viveva una principessa, l’imperatrice di Bisanzio. Le aveva poi mostrato con orgoglio la sua collezione di gemme e conchiglie, aveva raccontato del falco pescatore che di notte volava nella sua stanza. Susanna sapeva molto degli animali: “io sono un animale”, aveva affermato con tranquillità, e nel dire questo “davvero non aveva più nulla di umano”. Susanna usava le parole in modo unico: “ci sono parole che si possono prendere in mano”, diceva, “e altre che si possono annusare”...

Di Gertrud Kolmar – pseudonimo di Gertrud Chodziesner, traduttrice e poetessa tedesca di origini ebraiche – possediamo circa 450 poesie, buona parte delle quali non ancora tradotte in italiano. Un primo, decisivo passo per la riscoperta di questa autrice rimasta pressoché sconosciuta in Italia viene fatto nel 1990, con la pubblicazione de Il canto del gallo nero. Nel 2008, la casa editrice Via del Vento raccoglierà altre quindici poesie sotto il titolo di Metamorfosi. Preziosa, allora, la scelta di Castelvecchi di pubblicare il racconto Susanna, che vede la luce tra 1939 e 1940, in una Berlino che si avvia verso la deriva nazista e antisemita. La stessa Berlino in cui la Kolmar sarà costretta ai lavori forzati in una fabbrica di materiale bellico sino al tragico epilogo della sua storia: il viaggio sul “Trentaduesimo trasporto all’Est” che la porterà, nel 1943, nel campo di concentramento di Auschwitz. Da quel che ci è dato sapere, Susanna è l’ultimo scritto di Gertrud Kolmar. Un testamento letterario – involontario, drammatico –, ideale completamento del discorso portato avanti attraverso l’attività poetica. È attraverso la prosa, infatti, la “coscienza che si fa discorso”, che la Kolmar può guardare con lucidità al suo passato, riflettere sulle possibilità della parola poetica, su ciò che la vita materiale cela e che la poesia è in grado, invece, di denudare (“gli scrittori”, farà dire la Kolmar alla voce narrante del racconto, “devono sempre far luce sui moventi delle azioni: la vita si sottrae a questa incombenza e lascia in ombra le giustificazioni”). L’incontro con Susanna costituisce, per l’istitutrice protagonista del racconto (la stessa Kolmar ricoprì questo ruolo tra 1919 e 1927), l’ingresso in un “cerchio magico” e straniante: Susanna è “folle”, pura, diversa, così come la stessa istitutrice è trattata con sospetto dagli abitanti del villaggio – impossibile non pensare al dato autobiografico, la crescente consapevolezza della Kolmar di essere “un’intrusa” nel proprio Paese. La natura di Susanna, spiega la germanista Martina Zancan nell’esaustiva Prefazione al volume, è “figura della realtà poetica perché dà forma ai valori essenziali e assoluti dell’esistere al mondo, legati all’origine, esterni alle categorie spazio–temporali della storia, intangibili dal giudizio degli uomini: la bellezza e la natura; gli animali, l’infanzia e l’amore”. Assunti assoluti ed eterni che, in un tempo in cui ogni certezza pare scivolare via, soli possono offrire un rifugio, come scrive la Kolmar in una lettera alla sorella Hilde datata 1939, un ritorno alle origini più pure. Anche di altre origini, sottotrama, si parla, quelle che accomunano i personaggi del racconto – per Susanna un lascito quasi regale (“sono la figlia del re David o del re Saul”), per l’istitutrice una macchia da nascondere – e la stessa autrice, che negli ultimi tempi aveva rivolto lo sguardo verso le proprie radici, studiando l’ebraico. Tutto questo cela Susanna: una lettura – anche volendo attenersi al solo dato letterale – breve e godibilissima, intensa, intrisa di delicato lirismo.

 


 

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