Trilogia di New York

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Una telefonata ripetuta nella notte: quando Quinn, scrittore di romanzi polizieschi, risponde al telefono, dall’altra parte del filo stanno cercando un detective privato chiamato Paul Auster. Sarà perché è ormai solo, senza famiglia né amici, o perché l’uomo dall’altra parte sembra veramente disperato, oppure per noia e perché in fondo le storie poliziesche gli sono sempre piaciute, ma alla fine Quinn decide di fingersi Paul Auster e di imbarcarsi in un’indagine tanto assurda quanto micidiale... Un detective privato è stato assunto da White per spiare Black in ogni momento della sua giornata. Gli viene dato un appartamento in affitto proprio nel palazzo di fronte a quello di Black e dalla sua finestra può vedere perfettamente quello che fa l’uomo ventiquattro ore su ventiquattro. Niente di difficile, fino a quando i ruoli di spia e spiato cominceranno a confondersi piano piano e Blue si renderà conto che non si tratta di un’indagine come le altre... Due amici inseparabili dall’infanzia, le cui strade, come spesso succede, finiscono per dividersi nell’età adulta. Almeno fino a quando la giovane moglie di Fanshawe, uno dei due uomini, chiama l’altro, che nel frattempo è diventato scrittore, per annunciargli la scomparsa dell’amico e rivelargli l’esistenza di un armadio pieno di racconti, scritti vari, romanzi che solo lui è autorizzato a valutare...

Città di vetro, Fantasmi, La stanza chiusa: dietro la rassicurante classificazione sotto l’etichetta ‘racconti’ si celano infinite scatole cinesi e tortuosi rimandi disposti come uno specchio dentro un altro. Partendo dalla base sicura e ben conosciuta del romanzo poliziesco, in ognuna delle tre storie Auster guida il lettore in un territorio sconosciuto ed inesplorato, nel quale nulla è più certo, men che meno l’identità personale. Uno dei temi centrali, e forse quello che salta più all’occhio, è proprio la confusione d’identità portata all’estremo: chi è il protagonista, chi è il lettore e come ultima conseguenza chi è l’autore? La risposta è da ricercare nel complesso gioco psicologico ordito da Auster, così ben tratteggiato in ogni minimo dettaglio che riesce ad agganciarci fin dalla prima pagina e a lasciarci inevitabilmente perplessi alla fine di ogni racconto. Sì, perché il finale è lasciato volontariamente aperto, ma giunti a questo punto il senso ultimo non importa: siamo oltre i confini del romanzo tradizionale e atterriamo direttamente dentro la sua struttura ed il suo linguaggio. I riferimenti letterari sono continui e di gran prestigio: Cervantes, Hawthorne, Thoreau, Kafka per citare i più evidenti. Rimandi nei quali cerchiamo un indizio, un senso che ci sfugge inevitabilmente tra le mani. Forse non siamo davanti all’opera più semplice per avvicinarci ad uno scrittore come Paul Auster, ma si tratta senza dubbio di un gran romanzo: paranoico, contorto sì, e proprio per questo geniale.



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