Un tempo ingiusto

Un tempo ingiusto

Nelly lavora alla Ruben da diversi anni, ma non conosce tutte le colleghe, perché sono davvero tante e ci sono sostituzioni continue. La sala di tessitura dell’azienda è la più grande della Scandinavia ed ha quasi cinquecento telai, mossi da diverse macchine a vapore. Il baccano è incredibile: i rumori delle cinghie, delle assi e dei licci s’intrecciano tra loro fino a fondersi in una cacofonia di suoni assordanti. Nelly si allaccia gli stivali fino a metà, perché ha i piedi e le caviglie gonfie, e torna ai suoi telai. Nel primo c’è una elegante stoffa da tovaglia, mentre nel secondo scorre una tela grigia a filo ritorto per camicie da uomo. Quando, in un attimo di pausa, solleva lo sguardo dal suo lavoro, vede Marie che entra affannata dal portone, in ritardo di dieci minuti. Ha l’aria trafelata e dalla crocchia sciolta sulla sua nuca scendono lunghe ciocche di capelli ramati. Marie e Nelly sono cognate: la prima ha sposato Gustav, il fratello della seconda, un uomo che, purtroppo, non disdegna la bottiglia e spende in alcool molto di quanto la moglie riesce a guadagnare alla Manifattura tessile. Quando, più tardi, Nelly cerca con lo sguardo la cognata, non la vede e una strana angoscia la assale. Incurante dello sguardo severo del responsabile Ottesen, si muove a destra e a sinistra per cercare la donna e, quando finalmente la scorge, si rende conto che Marie è rimasta incastrata tra il telaio e la puleggia sulla quale scorre la cinghia di trasmissione. Nelly grida e raggiunge la maniglia che blocca il telaio. Marie ha il viso sanguinante e dalla bocca le escono piccole bolle di saliva e sangue. Gli ingranaggi che girano grazie alle cinghie le hanno intrappolato braccio e spalla e i suoi capelli sono agganciati alle ruote del telaio. Nelly è costretta a tagliarglieli all’altezza del cranio, perché la testa della povera donna è stata tirata fin quasi alla catena...

Ambientato verso la fine dell’Ottocento in Danimarca, nel periodo precedente l’ascesa dei sindacati e il primo sciopero femminile al mondo, il romanzo di Gertrud Tinning è una storia dura, a volte disturbante, che racconta di un’umanità relegata al limite della vita possibile, stipata in palazzi sovraffollati e fatiscenti in cui rassegnazione e desolazione la fanno da padroni. È un racconto di denuncia, non solo umana, che descrive un quadro sociale distante dal nostro, ma forse meno di quanto si possa pensare. Protagoniste della vicenda sono due donne forti e consapevoli di dover lottare contro un sistema di stampo dichiaratamente maschilista, un sistema votato allo sfruttamento, in cui i diritti civili sono una chimera e il ruolo della donna è equiparato a quello di un semplice oggetto, parte dell’ingranaggio composito e sfaccettato rappresentato dal mondo delle fabbriche. Camminando tra le strade ghiacciate di una Copenaghen ricoperta dalla neve, o cercando di occuparsi delle faccende di casa nella campagna dello Jutland, Nelly ed Anna raggiungono la consapevolezza che è arrivato il momento di lottare contro una società che non tiene in alcun conto il valore delle donne, le ignora e le tratta come gli ultimi tra gli ultimi. Entrambe conosceranno la fatica ed i soprusi cui vengono sottoposte lavorando alla Manifattura tessile Ruben e Anna riuscirà là dove Nelly si è dovuta interrompere: troverà la forza ed il coraggio per sfidare i piani alti dell’azienda e per ribadire che le donne meritano gli stessi diritti degli uomini; riuscirà a radunare colleghe intorno a sé e a dimostrare all’intera città che le donne, specie se marciano unite, possono tutto. Partendo da dati reali e da situazioni autentiche, la Tinning riesce – con una scrittura che non ammicca e non concede sconti, ma è tagliente ed estremamente realistica – a mostrare uno spaccato di realtà autentica, una realtà in cui, se reticenza ed omertà sono alla base della vita quotidiana, esiste comunque uno spiraglio di speranza, rappresentata da qualcuno capace di semplici e minuscoli atti di eroismo, che non conducono certo ad eclatanti rivoluzioni, ma sono i primi e fondamentali segnali del cambiamento, quel cambiamento che nasce proprio dalla sofferenza e dal coraggio di persone come Nelly Hansen e Anna Christensen.



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