Uno

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Pietro Neveni ha precoci ambizioni letterarie. Nato e cresciuto in una piccola fattoria a pochi chilometri da un’angusta cittadina, fin da bambino ama leggere tanto, in particolare giornaletti e riviste popolari. Famiglia contadina schiva e taciturna, prosegue gli studi dopo l’obbligo solo grazie allo zio prete don Lorenzo. All’inizio del terzo anno di Ragioneria arriva una nuova professoressa d’italiano, cieca. Una mattina lei gli consiglia la lettura di due romanzi, Salinger e Calvino. E arriva uno scompiglio emotivo, inizia a dedicarsi alla narrativa e alla filosofia, si misura anche con le prime scritture, poesie e racconti brevi. Propone un racconto ad alcune case editrici e una rivista letteraria di Milano addirittura lo pubblica. A scuola non va particolarmente bene, comunque arrivano pubertà e adolescenza, portamento assorto e andatura veloce, infine il diploma e i dodici terribili mesi del servizio militare, con connesso esaurimento nervoso. Padre e zio vorrebbero porre un freno definitivo al demone della lettura e della scrittura, il fratello primogenito Luciano è saggiamente appassionato di agricoltura, agronomo autodidatta e sperimentatore di coltivazioni, costituisce l’orgoglio dei genitori e della sorella Giovanna. Pietro è testardo, s’iscrive alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Milano, si mantiene con un lavoro di assistente bibliotecario part time del Partito della Rifondazione Comunista, che gli affitta anche un modesto monolocale. Nei ritrovi giovanili siede sempre appartato, è timido, ma una sera, suonando l’armonica a bocca sul balcone, conosce la dolce aggraziata Manuela, solo molto tempo dopo si metteranno insieme. Diventa amico di François, un ragazzo francese che lo incoraggia a scrivere e a trasferirsi per un po’ a Parigi, anche per seguire le orme di grandi scrittori. Ci prova e la sua vita prende una propria strada...

Il giovane giornalista di Empoli Alberto Cioni è all’esordio letterario, un sentito romanzo narrato in prima persona. Il progressivo dipanarsi dei capitoli della formazione esistenziale di Pietro si sostanzia nel racconto minuzioso degli eventi quotidiani di un ragazzo alla ricerca della propria ambiziosa identità culturale, mentre subisce l’ostilità e l’incomprensione degli affetti familiari e s’imbatte inevitabilmente nelle complicazioni e nelle contraddizioni delle nuove relazioni, profondamente solo, per quanto destinato a scrivere, a sposarsi, a diventare padre. Lo stile è ancora involuto, percorso da tutte le declinazioni del tentato auspicato irrisolto appropriarsi di sé stessi, me mi miei mio mia. La narrazione è piana, didascalica, sincera, opera di fantasia vissuta. Vi sono parti intense, a Parigi con François l’introspezione ha sempre uno specchio affettuoso, per quanto autonomo e pur se tutto resta instabile per l’ottimo Pietro. Le avventure della coppia di amici riescono comunque a incuriosire e sorprendere: la capitale francese è vita prima che ispirazione. Emerge spesso un tono dolente, come se voler diventare scrittore fosse, comunque, un poco anche scegliere di estraniarsi dal contesto e dagli altri. Chissà.



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