Il gran surubí

Il gran surubí

Si sveglia di soprassalto da un incubo. Stava sognando che in due lo venivano a prendere in casa per arrestarlo. Ormai il divorzio ha ridotto la sua esistenza a una parvenza di vita: “un tetto quattro gatti / le piante rinsecchite nelle teche / un’esistenza misera e infelice / cataste di sporchissime camicie”. L’unico svago lo trova nelle partite di calcetto con gli amici: sa di essere una frana, ma tant’è, l’importante è giocare. Così, in un campetto per il calcio a cinque che si trova tra le vie di Gallo e Sarmiento, a Buenos Aires, gioca “un calcio cerebrale per vecchietti [...] per scassoni e per inetti / poeti drammaturghi narratori / ancora appassionati di pallone / ma che dopo uno scatto hanno il fiatone”. Quando finalmente riesce a segnare un goal, si accorge di essere l’unico a esultare. Si volta e scopre che sono tutti fermi, immobilizzati dalla paura e dallo stupore: un plotone gli sta puntando i mitra contro. A qualcuno viene in mente di scappare, ma vedendo le canne dei fucili puntati addosso accantona subito l’idea della fuga. Li conducono in spogliatoio dove vengono sottoposti a interrogatorio; dopo aver chiesto loro “età nome e cognome / statura professione malattie / data e luogo di nascita allergie” vengono visitati da un “medico finto e un po’ inquietante”. Viene annunciato che sono stati selezionati per un incarico esclusivo, un lavoro ben remunerato. Quando qualcuno osa ribattere che un lavoro ce l’hanno già, il capoccia gli sbraita contro “fanculo / quando parlo io devi stare zitto / stronzetto frocio figlio di puttana / e adesso vai con gli altri in fila indiana”. Vengono caricati su un furgone e poi fatti salire su un vaporetto che attracca all’isola Martín García. Qui, gli uomini dedicheranno le loro giornate alla “lotta tragica estenuante / contro l’immenso surubí gigante”...

Il gran surubí è un’opera davvero inconsueta. I toni sono quelli della distopia: nell’Argentina di un futuro non meglio precisato, per ovviare alla mancanza di cibo i cittadini maschi – tra cui il protagonista Ramòn Paz – vengono prelevati dalle loro case, dalle loro vite e obbligati a dare la caccia al surubí, sorta di pesce gatto di notevoli dimensioni che in quest’opera assurge a vero e proprio mostro marino per mole e potenza. Ciò che colpisce di questo testo è la sua natura ibrida: all’argomento distopico – che generalmente si manifesta attraverso il genere del romanzo – viene associata la tipologia testuale del sonetto. La narrazione, infatti, procede sotto forma di monologo organizzato in una sequenza di sonetti in rima che vanno a imbastire un lungo poema narrativo. L’autore crea così un originale contrasto combinando una forma tradizionalmente associata alla poesia lirica, all’espressione di sentimenti cortesi (pensiamo a Dante, Petrarca e più avanti a Shakespeare) con un contenuto forte, violento, crudo. A tale proposito, il linguaggio si fa specchio delle tematiche affrontate: lo scrittore argentino non lesina in termini di linguaggio scurrile e scene di sesso esplicito. Tuttavia, il lirismo non è accantonato del tutto, ma è possibile scovarlo nelle scene in cui appare il surubí e nelle descrizioni della natura lussureggiante. In quest’opera, futuro distopico e tradizione si riconciliano: la caccia al titanico pesce gatto richiama non solo il cuore narrativo di Moby Dick, ma anche la mitologia biblica, con gli episodi di Giona e la balena e del Leviatano. Come in un processo alchemico, nella traduzione de Il gran surubí, la materia testuale si manipola e si trasforma cambiando aspetto pur rimanendo intrinsecamente se stessa. Luca Marzolla ha infatti confezionato un notevole prodotto di riscrittura: se il traduttore è sempre e comunque anche un po’ autore, in questo caso le doti autoriali e la creatività di chi traduce si intensificano nel mantenere l’andamento in rima. Il libro, con il testo originale a fronte, è corredato anche di un’interessante introduzione e di una nota alla traduzione, entrambe a opera di Marzolla, nelle quali approfondisce i riferimenti metatestuali dell’opera e le scelte traduttive adottate.



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