Tutte le poesie

“Quando, amici miei, ero innamorato […] la terra che abitavo non era quella degli altri mortali”. Si apre così una delle poesie “segrete” di Konstandinos P. Kavafis, versi che dovevano rimanere all’interno del suo cuore, che non aveva intenzione di pubblicare. Il suo lavoro di tessitore attento delle parole l’avevano portato a mettere da parte quei fogli per tornarci, chissà, un giorno e renderli perfetti, così come quelle 154 poesie che per molti rappresentano le uniche opere del grande poeta greco. L’uomo che preferiva nascondersi, rimanere celato, proprio come quell’amore che provava e che sapeva sarebbe rimasto insoddisfatto. “I nostri corpi si sentirono e si cercavano: / sangue e pelle capirono. / Ma, turbati, ci nascondemmo entrambi”. Rimanere in una nicchia in preda al turbamento sessuale da cui urlare un sacrosanto diritto a soddisfare il proprio piacere, che, però, non sappiamo se arriverà mai. “L’anomalo piacere” che viene vissuto in maniera differente da chi ne è posseduto o da chi ne è oggetto. Questo è il motivo per cui quelli di Kavafis non sono componimenti erotici tout court, ma messaggi sensuali da inviare al prossimo. Spera, come tutta la sua generazione, che l’avvenire sia più roseo – come faceva dall’altra parte dell’Oceano Atlantico, Walt Whitman – “in futuro – in una società migliore / qualcun altro fatto come me / certo ci sarà e agirà liberamente”. La privazione dell’amore diventa a sua volta il richiamo dell’amore stesso, che è vissuto con la fantasia e mai tangibile. Il suo mestiere di poeta si fonda su questo sentimento, che va cantato a squarciagola anche in canti che possono apparire meramente ingannevoli, ma che nascondono una solida meraviglia per ciò che si istaura amando. Kavafis si stupisce della bellezza che lo circonda, anche nella sua forma più umana, e riesce a trasformare questo suo incanto in sublime liricità. La natura, e più di ogni altra cosa, l’uomo che ne fa parte, lo ispirano pienamente e diventano la sua casa, la sua gioia e il suo dolore. E, parafrasandolo, sono tutto sentimento, ora, per lui…

La produzione poetica di Konstandinos Petrou Kavafis è enorme, non nel numero dei componimenti riconosciuti, nel loro valore umano e letterario. Se fino a poco tempo fa gli venivano attribuite solo 154 poesie, questo eccellente volume ci restituisce anche testi racchiusi in classici foglietti volanti e chiusi in un cassetto. Testi “segreti” o “rifiutati” dallo stesso autore, pagine personali e intime con le quali si può comprendere meglio la voce di colui che sapeva di venire apprezzato dai posteri più che dai suoi contemporanei. Parlava di sé, infatti, come del “poeta del futuro”, proprio perché ciò che scrive guarda ad un’epoca diversa, più evoluta, in cui amarsi senza nascondersi. Non bisogna però immaginare Kavafis come un amante nell’ombra: rivendica il suo desiderio facendosi bandiera e vate del suo possibile appagamento. In una poesia del 1918 consiglia al suo corpo di ricordare, oltre ai letti in cui si è trovare a giacere, anche dei “desideri che per te / brillavano chiari negli occhi / e tremavano nella voce” e ci tiene a precisare che a quei desideri ha ceduto. In un’osteria del centro, tra i vicoli, nei negozi, sui marciapiedi: luoghi che diventano “belli per fascino d’amore”. Nulla agli occhi di chi desidera può essere più brutto. Spesso i versi si mescolano alla prosa, mandando messaggi più diretti al proprio io a cui occorre dare voce. La modernità dei suoi versi è evidente, chiara, al di fuori del simbolismo e del parnassianesimo che imperavano negli anni in cui iniziava ad affacciarsi nell’universo letterario e da cui lentamente prenderà le distanze. Il contenuto interiore contrasta con quello esteriore diviso da mura inaccessibili, che vanno abbattute per crescere “in virtù e conoscenza”. Non stupisce che i primi componimenti scritti – con cui si chiude questa bella raccolta, che segue solo in parte l’ordine cronologico – non siano in greco: lui, che era anche un sublime traduttore, dimostra di sapere utilizzare la lingua inglese e modularla adeguatamente per le sue necessità liriche, sia per la sua formazione culturale che per ragioni familiari (suo padre aveva la cittadinanza inglese).

 


 

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