Gabriele d'Annunzio: ardore e malinconia

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Non è certo un ragazzo comune Gabriele d’Annunzio quando nel 1874 all’età di undici anni giunge a Prato dalla nativa Pescara, per frequentare un collegio assai rinomato nell’Italia borghese del suo tempo. Anzi è uno studente modello del tutto inconsueto, visto che sposa alla passione per la lettura quella altrettanto precoce per le belle ragazze. Tanto che sceglie il Museo Etrusco di Firenze quale scena teatrale del suo primo bacio, rivelando un’inclinazione estetizzante che ostenterà lungo tutta la sua esistenza assieme all’arte amatoria.




Dal 1881 lo ritroviamo a Roma, studente all’Università di lettere, collaboratore delle più titolate gazzette locali e, neanche a dirlo, assiduo frequentatore degli ambienti mondani. Ma anche perennemente in fuga da creditori e da rivali in amore intenzionati tanto a perseguirlo per vie legali quanto a sfidarlo a duello. Sperperatore di patrimoni e impenitente seduttore di giovani aristocratiche – dalla duchessina Maria Hardouin di Gallese che sposa all’età di vent’anni, a Barbarella Leoni celebrata dallo scrittore con il nome di Elena Muti; dalla contessa Giuseppina Mancini alla marchesa Alessandra di Rudinì che si farà suora – il D’Annunzio non si distrae, tuttavia, dalla sua intensa attività di scrittore. I suoi romanzi e i suoi testi poetici, al pari dei suoi successi amorosi, fanno di lui un personaggio pubblico ormai di primo piano. Tra tutti i libri che vedono la luce dal 1889 al primo decennio del secolo successivo, è nelle Laudi che la sapienza formale del Vate tocca forse il suo vertice assoluto. Esse sono state scritte in parte a Napoli e in parte alla Capponcina, la villa presso Firenze dove trascorre un’intensa relazione con l’attrice Eleonora Duse, interprete impareggiabile delle sue opere teatrali. Sopraffatto dalla marea montante dei debiti, nel 1910 D’Annunzio lascia l’Italia e trova riparo a Parigi presso l’amante di turno, la contessa Natalia De Goloubeff. Nel dorato esilio parigino il poeta riesce a conquistare l’attenzione degli ambienti culturali, in virtù di una duttilità che gli consente di scrivere con estrema finezza anche in lingua francese.

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale ritorna in Italia per schierarsi alla testa degli interventisti, contribuendo fortemente all’entrata in guerra del nostro paese con il tono rovente e lirico delle sue orazioni, in particolare con quella che infiamma gli animi a Quarto nel corso della rievocazione dell’impresa dei Mille. Partito per il fronte adriatico come tenente dei Lancieri Novara, il nostro si rende protagonista di imprese temerarie come la “Beffa” di Buccari e il volo su Vienna, dando vita alla stagione del dannunzianesimo politico. Al termine del conflitto D’Annunzio si ritrova con i gradi di tenente colonnello, una medaglia d’oro al valore militare e un occhio spento. Su quest’ultima dolorosa esperienza concepisce uno dei suoi libri migliori, Notturno. Tuttavia il suo piglio intraprendente non si lascia ancora domare dalla tranquillità: l’annessione della Dalmazia all’Italia costituisce a suo avviso l’inevitabile corollario di una vittoria altrimenti mutilata. Si pone alla testa di un manipolo di legionari accorsi da ogni dove e nel settembre del 1919 occupa la città di Fiume, da cui viene scacciato dopo sedici mesi a colpi di cannone.

All’età di cinquantotto anni si ritira nel “Vittoriale degli Italiani”, una magniloquente villa sul lago di Garda, realizzata con i lauti contributi del governo fascista e da lui voluta nelle forme di un cimiteriale monumento alla sua grandezza. Qui raccogli infatti ogni sorta di cimelio delle sue imprese, tra cui persino un aereo, pezzi di nave e l’auto utilizzata a Fiume e vi si rinchiude negli ultimi anni della sua vita insieme con la pianista Luisa Bàccara, in un’atmosfera di triste e malinconico isolamento, di amari e difficili rapporti con se stesso e con il mondo. Fino a quando la morte lo raggiunge il 1 marzo del 1938, spegnendo definitivamente gli ardori inquieti di uno dei maggiori protagonisti della storia letteraria e civile dell’Italia.

I LIBRI DI GABRIELE D’ANNUNZIO



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