Luis Sepúlveda: una vita di formidabili passioni

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Luis Sepúlveda nasce il 4 ottobre del 1949 in una camera d’albergo di Ovalle, in Cile. Non è un puro dettaglio biografico. In esso c’è in nuce la linfa che connoterà tutta la sua rocambolesca e avventurosa esistenza. I suoi genitori sono in fuga, il padre è stato denunciato dal suocero e la leggenda narra che alla base della denuncia ci siano ragioni politiche. Una iperbolica storia d’amore che anticipa in qualche modo i tumulti del cuore del ragazzo e dell’uomo Sepúlveda che si fidanzerà con la sua prima (e terza) moglie, Carmen, barattandola con due pessime bottiglie di vino rosso.




Ma intanto, intanto, da bambino, cresce a Valparaìso in compagnia del nonno paterno, Gerardo Sepúlveda Tapia, meglio conosciuto col nome di battaglia di Ricardo Blanco, un anarchico andaluso riparato in Cile perché condannato a morte in Spagna. Una Spagna ancora lontana, ma già tutta dentro le corde presenti e future di Luis che cresce a pane, racconti del nonno e libri. Salgari, Conrad e Melville li legge tutti più e più volte; alimentano la sua fantasia e gli trasmettono l’amore per la scrittura e l’avventura. Quando avrebbe scritto, lo avrebbe fatto come loro; quando avrebbe esplorato il mondo sarebbe stato Sandokan o Ismaele. Tutto quello che diventerà come scrittore, infatti, lo ripete sempre nelle sue interviste, lo deve a loro. Per coltivare il suo sogno di leggere e scrivere, da ragazzino, diventa ladro. È questo uno degli aneddoti più gustosi della sua vita. Ruba le chiavi alla bibliotecaria, ne fa una copia e poi “un fine settimana comprai quello che mi sembrava il pranzo di fortuna degli scrittori: pane all’anice e latte. […] aspettai nascosto in un cortile che il personale della Biblioteca si chiudesse alle spalle il portone principale e se ne andasse, e mi diressi verso l’ampia sala dove si allineavano scaffali e libri. […] Sceglievo un libro a caso, leggevo un paio di pagine, ne prendevo un altro; quelli noti mi lasciavano la piacevole impressione di aver incontrato un vecchio amico, quelli che non conoscevo stuzzicavano la mia fame di letture. È vero che l’avventura fu breve: appena due notti e due giorni chiuso nel vecchio palazzo, ma all’alba del lunedì uscii soddisfatto di aver realizzato un sogno, e con una grande scoperta: la generosità esisteva ed era attributo del genere umano”.

A 17 anni vive le sue prime esperienze politiche nella Gioventù comunista, è redattore per il quotidiano “Clarìn” e scrive anche narrativa. Luis ha un carattere intemperante, è passionale, il suo vocabolario personale non contempla alcuna negazione al benessere e alla felicità. “La vita è breve, buona, e c’è un diritto fondamentale: il diritto alla felicità. Che non si manifesta e non si deve confondere con una sorta di diritto naturale a diventare ricco, o a soverchiare gli altri. Parliamo di un’altra felicità. Delle soddisfazioni piccole, che però valgono molto”. Fa fatica a stare composto, a rimanere nel suo orticello e coltivarlo dando le spalle al mondo. Fa fatica ad obbedire, a non seguire il cuore. E infatti a Mosca, dove va con una borsa di studio per corsi di drammaturgia della durata di cinque anni presso l’Università Lomonosov, ci resta solo quattro mesi. Ufficialmente viene espulso dall’Unione Sovietica perché accusato di contiguità coi dissidenti anticomunisti. Di fatto, però, è di dominio pubblico la sua relazione con la professoressa di letteratura slava e moglie del direttore dell’Istituto ricerche marxiste. Lui stesso racconta così il suo periodo moscovita: “Seguivo i corsi di drammaturgia, l’ambiente mi era abbastanza insopportabile, ma ebbi modo di conoscere il giro del migliore teatro moscovita, più o meno clandestino, in contrapposizione alla noiosissima “estetica del realismo socialista”. E frequentavo anche i disegnatori di fumetti, mia grande passione, tutti eccellenti, underground ed ebrei”. Tutta vita, esplorazione e scoperte. Niente a che vedere coi ritrovi da carbonaro che il PCUS gli aveva appiccicato addosso.

Una volta rientrato in Cile il peso dell’affaire fa sentire il proprio peso. Suo padre, militante comunista di ferro, lo caccia di casa e lo stesso fa la Gioventù comunista, che lo espelle con ignominia senza sapere che sta facendogli un favore. Il partito con le sue regole, la sua rigidità, l’ossessionante ortodossia gli sta stretto. Uno con quella fantasia, quell’energia, quella gioia di vivere ha bisogno di orizzonti più ampi e più vari, di un impegno che sia anche pratico e non soltanto puramente teorico al limite della schizzinosità. Deve buttarsi nella mischia, insomma, e nel 1970 aderisce all’Ejercito de Liberación Nacional, che in quel periodo intende mandare volontari in Bolivia per sostenere la guerriglia che era stata del Che e che ancora resiste con un pugno di uomini. Come sia andata, laggiù, è storia. La selva boliviana è un antipasto di quello che sarà, più tardi, con ferite nell’animo e nel corpo così profonde da non cicatrizzarsi mai, il luogo della riedificazione in mezzo agli indios Shuar di cui ha raccontato nell’acclamato - e forse più noto - romanzo Il vecchio che leggeva romanzi d’amore. “Finché la salvezza venne loro con la comparsa di alcuni uomini seminudi, dal volto dipinto di rosso con la polla di bissa e monili multicolori sul capo e sulle braccia. Erano gli shuar che, impietositi, si avvicinavano per dare una mano. Da loro impararono a cacciare, a pescare, a innalzare capanne stabili e resistenti agli uragani, a riconoscere i frutti commestibili e quelli velenosi, ma soprattutto, da loro impararono l’arte di convivere con la foresta”.

Lasciatasi alle spalle la soccombente esperienza nella Gioventù comunista, la politica continua a pulsare dentro le sue orecchie grazie a un uomo, Salvador Allende, che nei suoi discorsi predica “più passione e più amore” e che nel 1970 diventa fatalmente il Presidente del Cile. Tre anni dopo, nel 1973, Sepúlveda entra nella struttura militare del Partito Socialista, diventando membro della guardia personale di Allende. Si chiamano Gli amici del Presidente e lo sono, per davvero. Quasi una famiglia, la sua ombra, pronti a sacrificare la propria carne per l’incolumità del Compagno Presidente. Sono anni felici che danno senso ad una lunga e intensa prospettiva di vita: “I mille giorni del Governo Popolare furono duri, intensi, sofferti e felici. Dormivamo poco. Vivevamo ovunque e in nessun posto. [...] Noi si che abbiamo avuto una gioventù, e fu vitale, ribelle, anticonformista, incandescente, perché si forgiò nel lavoro volontario, nelle fredde notti di azione e propaganda.[…]”. Anche quello che è successo l’11 settembre 1973 al governo democraticamente eletto del Cile è storia. Sulle rovine del palazzo presidenziale, sulle spalle di Sepúlveda, dei suoi compagni e di migliaia di cilene e di cileni si è sollevata, grassa e nera, l’ombra del generale Augusto Pinochet. La militanza politica e la dittatura costano care a Luis: la perdita di amici che ha raccontato con struggimento nei suoi libri (Foto di gruppo con assenza, per esempio); la scomparsa eroica di Allende, vera e unica speranza di riscatto per il suo Paese; la perdita della libertà e della propria patria. La dittatura, però, non gli scippa la fede in quel sogno che ha coltivato e continuato a coltivare, dopo, per il mondo. “Mi considero un sognatore, ho pagato un prezzo abbastanza alto per i miei sogni, ma sono così belli, così pieni e intensi, che ogni volta tornerei da capo a pagarlo”. Il prezzo che paga è fatto di prigione e torture; di detenzione in un cubicolo simile a una tomba stretta che lo costringe sempre in una posizione sdraiata, coi militari che gli cagano sulla testa, arso dal sale e dal sole. “È difficile immaginare come una mente umana possa resistere e non svanire nella follia, in simili condizioni”. Per resistere ripete a memoria i libri che ha amato, come i dissidenti di Fahrenheit 451. Ricordare è resistere.

Nel 1976, mentre sta scontando la sua detenzione in un buco scavato nella terra, Amnesty International si interessa al suo caso, intraprendendo una campagna internazionale per la sua liberazione. La giunta militare cilena ne è infastidita. Reagisce con violenza, ma ha le mani legate. Sepúlveda è un nome conosciuto, ha già ricevuto premi per i suoi lavori, l’attenzione mondiale che si concentra sulla sua vicenda lo rende intoccabile. Non potendolo più eliminare fisicamente, dopo tre anni il carcere gli viene commutato in arresti domiciliari, che Luis non rispetta a lungo. Dopo tre mesi si è già dato alla macchia, ma non dura molto. Catturato, questa volta la giunta militare procede per le vie formali e lo condanna all’ergastolo, poi ridotto a 28 anni di carcere e successivamente, su pressione di Amnesty International, nell’esilio. La destinazione sarebbe dovuta essere la Svezia, ma non ci arriva mai perché allo scalo di Buenos Aires non prende alcuna coincidenza e rimane clandestino in Argentina, per poi fare la vita da fuggiasco dall’Uruguay al Brasile, al Paraguay poi di nuovo in Argentina e Bolivia fino ad approdare finalmente in Ecuador, a Quito. Qui scopre l’essenza di quel comunismo utopico tanto paventato dalla civiltà urbana e che invece appartiene naturalmente alle popolazioni indigene. Agli Shuar, per la precisione. L’ultima esperienza da guerrigliero la vive nel 1979 quando si arruola nella brigata internazionale “Simón Bolívar” ed entra in Nicaragua a sostegno dei sandinisti. I fallimenti, forse la stanchezza, forse la voglia di rimodulare i propri desideri gli fanno cambiare rotta, lo fanno approdare ad Amburgo, quello che lui considera “il” porto, luogo di transito e di approdo che gli tiene aperta la strada verso il suo Cile amato e amaro; verso quel sud che non è solo una coordinata della geografia, ma una coordinata dell’anima, la propensione di uno sguardo, uno modo di essere, di esistere e di vivere. Una malinconia feconda, un languore perenne, una nostalgia inestinguibile, un’appartenenza che è appartenenza di ossa e di cuore. Un luogo che è tutti i luoghi in cui si lotta; un tratto che è la somatica di tutte le creature ultime, cadute, emarginate. È la passione per l’ambiente e tutto ciò che contiene, paesaggi, esseri umani e animali. Il sud è la casa in cui si vive, in cui si matura, in cui si coltiva l’amore. Per Luis Sepúlveda il sud è anche Gijon, nelle Asturie, perché Gijon è porto, è mare aperto, è orizzonte sconfinato, è possibilità. Gijon è l’ultima tappa, quella in cui decide di fermarsi per sempre. È l’ultima casa in cui vive con la moglie, la poetessa cilena Carmen Yáñez.

Ha scritto tanto e continuato a viaggiare tanto, a militare tanto e a parlare. In tutti questi anni in cui si è stabilito definitivamente in Europa la sua voce non ha mai taciuto, portatrice di una memoria che si è infossata dentro occhi profondi, nei solchi di un viso rotondo e rassicurante. I suoi libri, letti e riletti, sono scrigni di Storia e di storie, di moniti, di esortazioni, di speranze, di tragedie e commedie, di pianti dilanianti e risate a crepapelle. Da custodire gelosamente e con cura perché Luis Sepúlveda non scriverà più. Di ritorno dal festival Correntes d’Escritas, tenutosi a Póvoa de Varzim, vicino Lisbona, accusa malesseri respiratori. Ricoverato presso l’Hospital Universitario Central de Asturias, la diagnosi per lui è: COVID-19. Nonostante il suo stato di salute si sia mantenuto stazionario, le sue condizioni erano comunque molto gravi. Ha resistito a una fake new che ventilava la sua morte, ma la seconda nota di agenzia è vera. Lucho è morto il 16 aprile 2020.

“José Augusto Ramón Pinochet Ugarte, alias Ramón Ugarte, alias José Pinochet, alias Mister Escudero, alias J.A. Ugarte, solo per citare alcuni dei tanti pseudonimi usati per aprire conti correnti milionari nelle banche di Stati Uniti, Jersey, Grand Cayman, Svizzera e Hong Kong, è morto senza pena né gloria, così come ha vissuto i suoi novantuno anni di miserabile vigliacco, a cui si riconoscevano solo tre talenti: tradire, mentire e rubare”. Ecco, Luis Sepúlveda Calfucura, che di talenti ne aveva più di tre - e tra questi raccontare, resistere, e ricordare - ha vissuto di più, con più tenacia, più coraggio, più memoria, più bellezza. Ha vissuto una vita di formidabili passioni in cui l’amore ha prevalso su tutto, l’umanità non ha profilato bandiere, il creato è stato benedetto e innalzato con tutte le parole a disposizione. Una vita in cui non ha rubato niente a nessuno, ma che in cambio ha dato e si è data senza risparmio. Sempre, incessantemente. Ha vissuto più del dittatore. E ha vinto “Sogno, non m’importa se una certa visione del lucro come unico traguardo dell’uomo stigmatizza i sogni e i sognatori”.

I LIBRI DI LUIS SEPÚLVEDA



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