Marguerite Duras: le parole del piacere e del dolore

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È una storia di terre lontane, di spazi infiniti, di luoghi e tempi che somigliano a favole o a vecchie leggende ripetute incessantemente… una storia che inizia sotto la luce giallastra delle giungle afose dell’Asia coloniale. Marguerite Donnadieu nasce il 4 aprile 1914 a Gia Dinh, vicino Saigon, in quella che allora era la colonia francese dell’Indocina. Il padre Henri è direttore di una scuola, sua madre Marie vi lavora come istitutrice.




A parte un breve periodo trascorso in Francia dopo la morte del padre (avvenuta nel 1918), Marguerite trascorre la sua infanzia e la sua adolescenza nelle colonie, insieme alla madre e ai fratelli Paul e Pierre. È impossibile scindere l’Indocina dalla sua vita e dalla sua opera. Marguerite e il fratello minore, con cui ha un rapporto morboso, forse incestuoso, preferiscono la vita degli indigeni a quella dei bianchi; amano bagnarsi nel fiume, camminare a piedi scalzi, consumare cibo cinese. Marguerite detesta la carne e le mele verdi della Normandia… e soprattutto detesta il tentativo di sua madre e degli altri bianchi di ricreare la Francia in Indocina. Marie Legrand crede al progetto di colonizzazione e spende tutti i suoi risparmi nell’acquisto di un terreno destinato solo ad essere costantemente sommerso dalle acque dell’oceano. Il rapporto con la madre è difficile: Marguerite ama molto quella donna forte e fragile al tempo stesso, dalla quale eredita tutto - la forza di volontà, la follia, la violenza, l’indole meschina, il senso della giustizia sociale e la certezza della sconfitta. Eppure Marie Legrand non ha occhi che per il figlio maggiore. Marguerite soffre molto per questa situazione e compensa la carenza affettiva con la spregiudicatezza e il desiderio d’avventura. All’età di 15 anni, su un traghetto, conosce l’amante cinese, il personaggio che tanti anni dopo descriverà nel libro che più di ogni altro l’ha resa celebre oltre i confini francesi, L’amante. È in quel periodo che la vocazione alla scrittura inizia a manifestarsi in modo pressante. La scrittura per Marguerite è l’unica reale espressione della verità; non serve solo per raccontare storie, bensì per rivelare, dare corpo a ciò che sfugge alla conoscenza, dare significato a ciò che sembra smarrito, sprofondato in un “buco” oscuro.

Nel 1932 Marie Legrand decide di riportare la figlia diciottenne in Francia per “sistemarla”. Marguerite non tornerà mai più in Asia, e conserverà intatti i colori, i sapori, gli odori di quel mondo particolare. Straniera in Francia quanto era stata straniera in Indocina, conosce all’università Robert Antelme, che sposerà nel 1939 e con il quale avrà un figlio nato morto. Marguerite lavora al Ministero delle Colonie e nel suo primo scritto ufficiale L’Empire français (realizzato su richiesta del Ministro della propaganda) afferma il diritto delle razze superiori a civilizzare quelle inferiori. Poi però, nella Parigi occupata dai nazisti, in qualità di segretaria della commissione per i libri, riesce a giocare d’astuzia con la Propagandastaffel e a non negare la carta a scrittori ebrei e comunisti. Sul lavoro conosce Dyonis Mascolo, del quale si innamora pur continuando ad amare anche Robert Antelme e perciò si impegna a far sì che il marito e l’amante diventino amici. Nel 1943 pubblica il suo primo romanzo Les Impudents come Marguerite Duras, (dal nome del villaggio aquitano dove il padre possedeva una vecchia casa di famiglia). L’appartamento di Rue S.Benoit dove vivono i coniugi Antelme diventa un ambiente culturalmente molto vivace dove si coniano nuovi termini e nascono nuove idee. Robert, Marguerite e Dyonis si uniscono alla Resistenza sotto la guida di François Mitterand, detto Morland. Proprio il futuro presidente della Repubblica riuscirà ad impedire che Marguerite venga arrestata dalla Gestapo quando il loro gruppo è vittima di un’imboscata l’1 giugno 1944. Robert non sarà altrettanto fortunato e verrà deportato in un campo di concentramento. Marguerite farà di tutto per ritrovarlo, arriverà perfino a sedurre Charles Delval, l’agente della Gestapo che l’ha arrestato. Sarà proprio Mitterand a ritrovarlo a Dachau, ridotto ormai a una larva “non somigliava più a un uomo… eppure apparteneva alla razza umana… era come se fosse stato separato da se stesso, dal suo corpo… è Antelme eppure non è più Antelme!”. Grazie alle cure di Marguerite e Dyonis, Robert riuscirà a salvarsi (la sua agonia è descritta nel libro Il dolore) e a raccontare “l’irraccontabile”. Il periodo dell’occupazione ha lasciato tracce indelebili su Marguerite Duras; il suo fisico appare indebolito, la schiena più curva, il viso non è più lo stesso, il suo sguardo esprime la tragedia, l’infelicità, il disagio, lo strazio di chi ha attraversato la fonte stessa del dolore: la perdita del figlio e del “fratellino”, morto per mancanza di medicinali durante l’occupazione giapponese. Dopo la guerra, l’attività culturale e politica nell’appartamento di Rue S.Benoit ricomincia. In Marguerite si fa sempre più pressante la necessità di scrivere. Queneau gliel’aveva detto: “Faccia solo quello!”. Per la Duras scrivere non è solo riempire le pagine con le parole. È qualcosa di più profondo. “Scrive” anche quando sta facendo altro, l’opera si forma così “sottopelle”, seguendo il suo cammino essenziale e inevitabile finché tutti i materiali accumulati escono allo scoperto senza che nessuno possa fermarli, proprio come non era possibile impedire alle acque dell’oceano di inondare la proprietà di sua madre. Iniziano le critiche politiche e morali. Il menage à trois con Mascolo (da cui avrà il figlio Jean, detto Outa, nel 1947) e Antelme (ormai ex marito) è mal visto. Il Partito Comunista Francese non approva i suoi comportamenti e le sue dichiarazioni. Lei non approva il partito (pur sostenendo l’ideale comunista) e lo lascia dopo sette anni di militanza insieme a Mascolo, Antelme e la sua futura sposa, Monique. Marguerite apprende in quel momento l’arte e il gusto della sovversione, che sarà la chiave del suo pensiero e della sua opera: rovesciare le situazioni, rifiutare la rigidità dell’ordine costituito. Si dichiara contraria alle istituzioni, alla morale, ai luoghi comuni e ogni tipo di routine.

Nel 1950 pubblica Una diga sul Pacifico, con il quale sfiora il premio Goncourt e ottiene una grande notorietà. La macchina creativa ormai si è messa in moto. La scrittura è un’entità a sé stante, non può essere influenzata dal narratore…lo scrittore deve solo seguirla e assecondarla. Un principio che Duras vede e applica in tutte le cose: inseguire l’infinito che non ha limiti, senza sapere dove porta. Seguirlo è catartico, è un modo per rigenerarsi. Ama gli eccessi, vivere sul filo del rasoio. Beve troppo. Il suo viso porta i segni dell’abuso di alcol (anche se lei ripete sempre di aver avuto un viso da alcolizzata ancor prima di cominciare a bere). Dalla madre ha ereditato l’istinto di conservazione e un egocentrismo possente che le permettono di sopportare le prove della vita e di rinascere dai suoi dolori, come una fenice. Dopo la fine della storia con Mascolo si abbandona a varie relazioni. Ma più che gli uomini, Marguerite ama l’amore; amore vuol dire cedere alla forza potente e soave del desiderio, essere sempre pronti ad accogliere le emozioni, viverle fino in fondo; ama ciò che ogni nuova relazione permette di scoprire, la beatitudine, il piacere visti come strumento di conoscenza. L’amore, come la scrittura, è qualcosa che trascende l’essere e lo porta a oltrepassare i propri limiti. Gli uomini sono attratti da lei non più per la sua bellezza fisica (il suo viso, un tempo così particolare e ammaliante, ormai è una maschera austera celata dietro un paio d’occhiali dalla montatura nera) bensì per la sua sagacia, per l’intelligenza istintiva e brutale che la caratterizza. Inizia una relazione con Gérard Jarlot, giornalista di “France-Dimanche”. Comincia anche lei a scrivere per “France Observateur”. Pur facendo differenza fra la “sacralità” del libro (verso il quale ha un atteggiamento reverenziale) e la scrittura giornalistica, le cronache quotidiane, Duras vorrebbe dare all’articolo di giornale una certa dignità. Per lei fondamentale non è descrivere il fatto in sé, bensì ciò che nasconde e implica. Si deve scrutare, ascoltare le voci di sottofondo, perché tutto, ogni particolare, ha senso. Il giornalismo non è solo un mezzo per analizzare la realtà, esso trascende ciò che è reale e ciò che non lo è, permette di svelare protagonisti e movimenti nascosti, di riconsiderare i dati acquisiti precedentemente e rimettere tutto in discussione. L’interpretazione “durassiana” semina il dubbio in ogni evento. Marguerite osserva il mondo e quello che vede le pare intollerabile e doloroso, prova un orrore viscerale per l’ingiustizia: impossibile tacere. Bisogna denunciare e affermare la propria verità. Le sue prese di posizione sono spesso radicali. Chiede a gran voce comprensione e compassione per chi è schiacciato dalla macchina infernale del sistema e si scatena con violenza contro gli oppressori. Usa le stesse armi di coloro che combatte, le sue parole sono taglienti, brutali (perché è così che è convinta di far risuonare meglio la sua voce), terroriste con chi, ai suoi occhi scende a patti col terrore.

I suoi giudizi incutono timore. La quasi totalità della stampa francese (estremamente conformista) non ha mai accettato le sue intrusioni nella “res publica”. I suoi discorsi così poco politically correct sono malvisti anche da chi la difende. Che lasci perdere la politica e si dedichi ai romanzi. E lei scrive. Scrive articoli, saggi, testi teatrali, libri e sceneggiature. Rene Clement trae un film da Una diga sul Pacifico. Con i soldi ottenuti dai diritti cinematografici acquista l’adorata casa di Neauphle-le Chateau che diventa il “luogo della scrittura”, ora che nessun’artista frequenta più l’appartamento di Rue S.Benoit, un rifugio, la sua “diga” contro il “Pacifico” interiore che la tormenta. A Neauphle Marguerite ama ricevere il figlio e i pochi amici nel fine settimana, cucinare e dedicarsi ad attività domestiche e piccoli lavori di artigianato. Ma né la casa, né i roseti, né l’adorato gatto riescono a combattere l’angoscia sorda che l’assale, soprattutto la notte. Fuma e beve troppo. Decide di disintossicarsi ma poi torna all’alcol, senza il quale non si sente in grado di incontrare gli altri…e quando riesce a farlo finisce con l’annoiarsi. È tormentata da quel senso di fastidio e insofferenza che è presente in lei fin da piccola, quando lottava con il clima soffocante dell’Indocina, una solitudine che le pesa e l’affascina al tempo stesso. Acquista a Trouville (Roches Noires) l’appartamento che diventerà il suo rifugio per eccellenza. Ama Trouville, una piccola enclave di natura circondata da simboli del capitalismo: Le Havre con i suoi impianti petroliferi e Deuville regno degli yacht club e delle imbarcazioni di lusso. Le Roches Noires sembra immune dalle contaminazioni della città. Davanti a sé Marguerite ha il mare, solo e soltanto il mare: e guardare il mare significa vedere il “Tutto”, avere “la visione d’insieme” Anche il nome della città le piace. Trouville ha nella radice “Trou”, il buco, quello spazio illimitato a cui tende tutta la sua opera. I libri si susseguono: la primavera del ’68 la vede in prima linea insieme agli studenti contestatori. Auspica un nuovo comunismo che liquidi gli errori e le paure del passato, protesta contro le ingiustizie, sembra sostenere la causa femminista. Le sue affermazioni sono considerate anarchiche, di estrema sinistra; viene accusata di nascondere esponenti della sinistra ritenuti pericolosi dalla polizia. La borghesia l’accusa di voler minare i fondamenti della società e considera un paradosso che si prodighi in critiche feroci quando lei stessa conduce una vita borghese e continua ad accumulare proprietà immobiliari. Come sempre Marguerite ignora le critiche. Però i libri del periodo della contestazione lasciano interdetti i suoi lettori: troppo difficili, troppo astratti, troppo sradicati dalla narrativa tradizionale; sembrano quasi esercizi di scrittura, lavori di ricerca. Duras sostiene che la scrittura stessa deve ritrovare la propria libertà, andare verso “regioni narrative” sconosciute. Detruire, dit-elle. Il titolo del suo film suona come un credo. Sempre più spoglie di ogni tipo di sintassi classica, le frasi diventano ellittiche, il contenuto scarno. La Duras opera alchimie segrete che trasformano la prosa in canto poetico, i dialoghi in arte drammatica, e fanno esplodere tutte le regole narrative abituali. Le vendite calano ma lei riesce a convincere le case editrici a darle fiducia. Più di qualsiasi altro scrittore è bersaglio delle critiche sia della destra che della sinistra. “Le Figaro” l’attacca con violenza, lei non esita a rispondere con disprezzo a chi la stigmatizza e a “uccidere” a colpi di penna i suoi detrattori. Insoddisfatta degli adattamenti cinematografici delle sue opere Duras inizia a fare cinema. Scrive i testi, dirige, gira in tempi strettissimi, lavora in preda alla frenesia creatrice. È sempre la prima ad arrivare sul set, improvvisa, riscrive scene già girate perché magari durante la notte ha avuto una nuova idea. A differenza della maggior parte dei registi professionisti non dà indicazioni agli attori, dice loro di improvvisare, di lasciarsi pervadere dalla “musica”, lasciarsi trasportare. La traccia audio è spesso più curata dell’immagine, fa un ampio uso della voce fuoricampo: troppo spesso la parola è stata prigioniera dell’immagine, sacrificata ad essa, è venuto il momento di restituirle il giusto ruolo. Fra il ’69 e l’84 gira più di 15 fra film cortometraggi. Fra i suoi attori: Gerard Depardieu, Madeleine Renaud, Lucia Bosé, Pierre Arditi, André Dussollier.

Nel 1980 finisce in ospedale per cinque settimane a causa dell’alcol. Decide di tornare al mare di Trouville, continua a ricevere lettere dei lettori, soprattutto giovani, ai quali non risponde mai. Uno di questi è Yann Lemée, studente di filosofia a Caen. Dice di averla incontrata a una rappresentazione teatrale, non ha più smesso di scriverle da allora. Un giorno Marguerite gli risponde e accetta di incontrarlo a Trouville. Lui arriva, bussa alla porta, lei lo fa entrare. Non se andrà più. Yann ha 27 anni, è pallido, biondo, porta degli occhiali sottili e i baffi alla Marcel Proust. Marguerite capisce subito che lui ama gli uomini. Ha l’impressione di conoscerlo da sempre, la sua fragilità le ricorda l’adorato fratello. La stranezza del loro incontro piace a Marguerite; lei ama oltrepassare i limiti, sfidare le leggi comuni. Ben presto imparano a convivere. La singolarità della loro coppia, i comportamenti eccentrici a cui si lasciano andare a volte, diverte e irrita i ricchi borghesi del condominio delle Roches Noires. Marguerite non se ne cura, accanto a Yann vive una seconda giovinezza, l’occasione di un nuovo inizio. Spesso sono visti, come una coppia qualsiasi, sedere sulle panchine oppure fare la spesa al supermercato con un carrello pieno di bottiglie. Yann Andrea, così l’ha ribattezzato, beve come e quanto lei. Ufficialmente è il suo segretario, ma dalle interviste che lei rilascia traspare il legame li unisce.

Nell’82 la salute di Marguerite Duras è nuovamente a rischio. La sua mano trema a tal punto da dovere dettare a Yann il breve testo teatrale La Maladie de la mort. Deve necessariamente sottoporsi a una cura di disintossicazione all’ospedale americano di Neully. Yann si prende cura di lei. Anni dopo, descriverà la durezza di quei giorni in un libro. Nel 1984 pubblica L’amante, che le vale il premio Goncourt e diventa ben presto il libro più venduto del secolo in Francia. Tradotto in oltre cinquanta lingue, fa di Duras la scrittrice più famosa del mondo. Migliaia di studenti lo scelgono come argomento di tesi; la leggenda di Duras si amplifica: i fatti narrati sono reali? È un’autobiografia? L’amante cinese è davvero esistito oppure è una figura inventata che rappresenta il fratello o il padre? O forse era un amante della madre. Magari lei, con quei tratti somatici così particolari, è frutto di un’avventura di sua madre con un cinese. Tutte domande senza risposta. Intanto il mito aumenta e tornano le critiche, soprattutto dopo l’articolo pubblicato da “Liberation” in cui accusa in modo durissimo di omicidio Christine Villemin, la madre del piccolo Gregory (uno dei casi giudiziari più oscuri della storia francese), ucciso a 4 anni da mano ignota nel 1984. Marguerite continua a scrivere e riprende a bere. Nell’88 è ricoverata per una crisi respiratoria e le gravi complicazioni obbligano i medici a tenerla per cinque mesi in coma farmacologico. Riesce a riprendersi in maniera sorprendente, nonostante la cannula respiratoria in gola che le resta come una stimmata. A partire dal 1994 le sue condizioni di salute peggiorano costantemente, i danni provocati dal coma si accentuano, si rumoreggia addirittura che possa soffrire di Alzheimer. Yann, il figlio e Dyonis Mascolo sono i soli ad avere accesso al suo capezzale. Marguerite Duras muore all’età di 82 anni il 3 marzo 1996, nel suo appartamento al numero 5 di Rue Saint Benoit a Parigi.

I LIBRI DI MARGUERITE DURAS



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